Egr. Assessore alla Sicurezza,
Ho deciso di scriverle questa lettera per affrontare con lei alcuni questioni riguardanti l’ordine pubblico, la sicurezza e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politico-amministrativa della città. Ma prima vorrei tentare di concettualizzare (spero di farlo in maniera opportuna, poiché non ho una profonda esperienza nell’argomentare le questioni di fede) alcuni punti che potranno essere utili, mi auguro, come riferimenti per le questioni che le sottoporrò. Questo a distanza di quel consiglio comunale 8 2 marzo 2007) nel quale il cardinale Angelo Scola venne a parlarci della "vita buona".
“Nella speranza siamo stati salvati”dice san Paolo ai Romani. E’ questo l' inizio dell' enciclica del Papa sulla speranza. L' enciclica non è solo esposizione della speranza cristiana, ma anche discussione con l' Illuminismo, il marxismo e la scienza che hanno messo, negli ultimi tre secoli, le loro «utopie» al posto di Dio. Il tempo moderno vive la speranza di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica fondata nella fiducia del progresso, sembrava esser diventata reale. Questa «fede nel progresso» ha sostituito la fede in Dio con i «concetti chiave di ragione e libertà” in epoca illuministica. Nella rivoluzione marxista, invece, l’errore fondamentale è stato quello di dimenticare l’uomo e la sua libertà. E, neppure la scienza contribuisce da sola a salvare l’uomo. Il Papa stesso, infatti, afferma: «La scienza può contribuire molto all' umanizzazione del mondo e dell' umanità. Essa però può anche distruggere l' uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Inevitabile pensare che il fallimento di queste grandi utopie imponga un ripensamento, ma anche un' autocritica dell' età moderna (ed anche una necessaria autocritica del cristianesimo moderno, che «di fronte ai progressi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo» - si è «in gran parte concentrato sull' individuo e la sua salvezza» e «con ciò ha ristretto l' orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito, anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell' uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti».Come dire: neanche la Chiesa può chiudersi in sé stessa, come se fosse un corpo di eletti che custodiscono con discrezione la loro religione e guardano con astratta compassione l'avvento di una cultura distruttrice): la promessa di un'eterna felicità, sempre dietro l'angolo, ha impedito all’uomo di vedere quanto il progresso perfetto altro non fosse che una menzogna. L’enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI è perciò un invito per tutti a “partecipare attivamente e con tutte le forze all’edificazione della città”. Come? Attraverso “l’allargamento” della ragione". E per realizzare ciò è necessario aver bisogno dell’allargamento della speranza. Se solo nella libertà è possibile vivere una vita umana., è necessario che vi sia anche una ragione in grado di “indicare la strada alla volontà” E questo può avvenire solo se la ragione stessa “guarda oltre se stessa” ossia se accetta il valore stesso della speranza come virtù operosa della ragione. Che cosa provoca la restrizione della speranza? Provoca l’atrofia della ragione e questo conduce sempre ad una mancanza di libertà che sfocia, appunto, nell’ideologia. Benedetto XVI corregge, nella sua enciclica, anche l’idea che la speranza cristiana abbia una valenza solo individuale, o perfino individualistica. Dalla speranza nascono infatti la “partecipazione alla giustizia” e la “responsabilità per l’altro”. Ma cos’è questa speranza? Per Benedetto XVI significa conoscere Dio (più laicamente, se vuole: una volontà disinteressata a contemplare e conoscere il mondo alla ricerca del suo significato). La conoscenza non è però solo un fatto intellettuale: arriva alla mente, ma non al cuore. Benedetto XVI cita l’esempio di Bakhita nata nel 1869 nel Darfur in Sudan (è lo stesso Papa che nella Spe Salvi prende questo esempio). A 6 anni viene rapita e fatta schiava. Maltrattata, seviziata, venduta, cresce “senza speranza e senza Dio” pensando di essere nata per fare la schiava del padrone di turno. Fin quando non la compra un italiano. Qui, in Veneto, Bakhita (il cui nome datole dai padroni significa “beata”) viene a conoscere Dio. Bakhita scopre di essere definitivamente amata e resa non più schiava, ma figlia. Che significato ha questo racconto? Semplicemente che “Noi abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio”. L’aver voluto ridurre la speranza negli stretti confini delle realtà, nell’umanamente realizzabile, escludendo la dimensione più alta della speranza ha determinato anche la riduzione della libertà. Da ciò nasce la vera causa dell’infelicità dell’uomo: la paura per il futuro. Il seme di tutte le incoerenze è nell'allontanamento di Dio (e della morale) dalla vita pubblica e privata; nel distacco dell'Europa dalla sua cultura e dalle sue radici. E, che rapporto ha tutto questo con la politica e la sua “pratica” amministrativa?. L’elemento distintivo della politica è il fatto che essa deve manifestare un futuro. La vita delle persone e delle aziende (il contesto va necessariamente allargato a tutta la città e ai suoi abitanti) non può finire nel vuoto. Senza una speranza che superi le delusioni quotidiane, il mondo diventa buio ed il futuro oscuro. La speranza , come già evidenziato, non è individualista ma, al contrario, comunitaria. La religione non è un fatto privato. E così neppure la politica. Esiste perciò un rapporto che accomuna la religione ai valori e alla politica? Entrambe sono una straordinaria forza di vita, di senso, di speranza e di giustizia che realizza un estremo bisogno di orizzonti comuni. Bene e male non sono scelte soggettive. Sono appunto riferimenti e valori. Attualmente non si vede più un orizzonte di riferimento. E un riferimento è essenziale in tutti i campi. Ai valori non si può rinunciare se si vuole dare un senso all’impresa personale e collettiva, e una politica alta, non giocata sul mercantile commercio dei voti, ma sui "valori" che sono anzitutto rappresentati dalla dignità dell’individuo e delle formazioni sociali, e, in secondo luogo, dalla qualità della vita per tutti. L’ideologia non è scomparsa: entrambe le coalizioni riflettono ancora una "visione totale" del mondo, in cui si pensa che con la "ragione" si possa spiegare tutto. Pretendere di cambiare tutto con la "potenza della ragione", la cosiddetta "visione totale" costringe la realtà e l’etica a piegarsi alla "ragione e all’utile " dell’uomo. Il "no" all’ideologia interpreta anche un opposizione ai piccoli gruppi e ai "particolarismi" che crescono continuamente sotto i nostri occhi. Non un’ideologia, né una rinuncia ad ogni orizzonte comune, per chiudersi in una "logica particolaristica": bensì dei "valori" di riferimento rispetto a cui porsi in una continua verifica critica di sé stessi, sotto il giudizio di un parametro "etico" o, per il credente, sotto il giudizio di Dio: la coscienza di un politico non è un fatto privato ma, al contrario ha una ben precisa evidenza pubblica. Come dire: unire sempre la fedeltà alla terra e quella al cielo. Il criterio della Chiesa é il "crocefisso": i "valori" rappresentati dalla croce - la fedeltà all’uomo, alla dignità dell’uomo, al senso della vita, alla giustizia, alla salvaguardia del creato, alla pace - non debbono essere disattesi nella "politica. Il compito di credenti e non credenti è quello di sforzarsi nel ricercare la verità. ( "La verità vi farà liberi" è una frase contenuta nel Vangelo). Ma, che cos’è la verità? La verità ha un posto importante nelle nostre vite: misura la corrispondenza di ciò che diciamo ai fatti o alle necessità della logica da cui non possiamo prescindere. La conoscenza del mondo, la scienza, ma anche la vita pratica, ruotano intorno alla verità. La verità ha quindi ha una grande utilità. La verità dei fatti non è solo utile, ma testimonia anche dell'integrità degli esseri umani. L'esigenza di esattezza nello stabilire un dato statistico ( ad esempio il numero di arrivi o presenze il numero di persone in stato di bisogno) hanno bisogno di accuratezza e attenzione. Anche quando piccole imprese artigianali e commerciali falliscono. Non è lecito sbagliarsi neppure di uno, poiché noi (nel noi è compresa anche la politica) siamo custodi dell’economia e della società (e quindi della comunità di persone alla quale noi stessi apparteniamo). L’incertezza sui numeri inclina alla concretezza del mondo, offusca la verità, spinge verso l'indifferenza (uno, cento, mille, che differenza fanno?).La verità è fedeltà verso gli esseri umani e la falsità non è un mero errore nella rappresentazione delle cose, ma è una forma di tradimento. Si potrebbe affermare che Dio è verità. La verità non è qualcosa che si possiede, un oggetto di cui si possa disporre, come un microfono o un comunicato stampa (utile peraltro ad alimentare il chiacchiericcio mediatico) . Non si dispone della verità : al massimo la si osserva. Servire la verità è, alla fine, l'atto più onesto che la nostra intelligenza possa compiere, perché significa aderire ad essa, non comandarla. Se io pensassi di possedere la verità assoluta, allora considererei gli altri come superflui rispetto alla mia ricerca; la verità è sempre davanti a me e non la supero mai.. Chiunque mi viene incontro è in qualche modo un portatore di verità e la mia fatica è di ascoltarlo .Noi tutti veniamo da un'epoca nella quale tutti avevamo una sorta di ottimismo del progresso: sembrava che non dovesse mai finire: 40 -50 anni di progresso ininterrotto. C’erano grandi ragionamenti che spiegavano tutto, che spiegavano il mondo. Oggi la grande tentazione è, come ho già citato, di non avere più speranza, quindi di non credere più nella possibilità di quello che ci veniva raccontato ovvero che si poteva progredire nel cammino verso le verità. Non siamo in grado di accettare, alla fine, che la verità è qualcosa o qualcuno che continua a inquietarci tutti. Come dire: non vorremmo più essere responsabili verso la verità. Vorremmo possederla sempre e non servirla mai. Che cosa rappresenta,alla fine, questa verità? La verità è quella che chiamiamo etica: la verità e la responsabilità per gli altri sono inseparabili. Mi spiego meglio: da come decidiamo di vivere le nostre vite (ovvero se tutti cresceremo come individui verso la verità) dipenderà il nostro destino. Vuol dire decidere la nostra stessa sopravvivenza: potremmo conoscere nuovi secoli di barbarie (l’Olocausto, alla fine, non ha insegnato proprio niente?) o,interpretare un nuovo ottimismo nelle possibilità dell’uomo. Vede, sono anch’io un uomo come gli altri che si alza mattina e nonostante i problemi quotidiani, prova a sforzarsi nel credere che la realtà vada affrontata con ottimismo e buon umore, anche se le piccole speranze (quelle quotidiane) portano rapidamente a subire delusioni. Ma questo non mi impedisce di pensare che le speranze di una vita sono sempre grandi e che ciò accende e amplia il mio senso di libertà. Senza questo pensiero la mia ragione sarebbe inutile e la verità non camminerebbe. Che cosa succederebbe se la verità non camminasse più? Comincerei a non pensare, a non pormi più domande. Mi sentirei tranquillo, arrivato alla meta finale della mia vita. Praticamente un cadavere ambulante. Vorrei dirle (ma lo dico anche alle persone con cui parlo): Luvisotto è uno che ti rompe le scatole, non ti fa sentire in pace quando lo conosci. Qualcuno mi dice, poi, indirettamente, che l’ho aiutato a riflettere (per poi tornare alle piccole ed ordinarie speranze di tutti i giorni). E allora ti chiedi per quale motivo tu diventi un cercatore, uno che si fa tante domande perché desidera infinitamente che la ragione si accenda e cominci a funzionare in un modo nuovo e gli altri, al contrario non accettino qualcosa o qualcuno che li turbi e li inquieti. Io rispetto la libertà altrui, cerco di stimolarla, ma non posso mai sostituirmi agli altri. Insomma, mi sembra difficile capire per quale motivo non si accendono passioni nei cuori delle persone! Eppure mi sento assalito dalla realtà…ho l’impressione che la realtà si stia deformando e che la politica e le istituzioni siano la risultanza di troppi “purtroppo è così” da parte della gente. Come dire: questa è la realtà e nessuno può modificarla, quantomeno in peggio. Sembra quasi che nessuno, nella propria vita, non riconosca più il valore comunitario della speranza: la ragione giace sdraiata su un lettino in spiaggia a prendere il sole (....la speranza di diventare abbronzati?E che speranza è mai questa?). L’amore per la vita non vuol dire che l'amore stesso è un essere arrivati…. Ecco non lo auguro a nessuno: nel momento in cui ci sentiremo arrivati, non penseremo più. So di non fare un discorso facile ma, come vede, non sto trattandola neppure come una persona (in quanto Assessore) che bisogna soltanto accarezzare e blandire. Le sto solo dicendo che “governare innovando le istituzioni e la realtà che ci circonda” è un compito difficile e complesso. Ma proprio perchè "difficile" sembra dirci "seguimi". Al contrario, voglio dirle (ma il ragionamento va allargato a tutta la Giunta) che ogni volta che si prendono decisioni amministrative (e, perciò politiche) si decide responsabilmente “di portare una croce” ovvero di difenderne i valori. Far coincidere una scelta amministrativa con la sola ragione vuol dire che essa, poi, sarà capace di dare risposte a tutte le domande. Io credo che la vera ragione, la ragione esercitata fino in fondo, è quella che arriva a rendere ragione del fatto di non poter dare ragione di tutto. Se la ragione non è una ragione totalizzante, imprigionante, si apre, nello stupore, al mistero, all'inquietudine e alle domande che sono poi il vero nutrimento della ricerca di verità. L' utopia e l' ideologia, torno a ripeterlo, sono due modi di semplificare la realtà ma anche di sfuggirla; due surrogati della verità che portano all' intolleranza e alla prevaricazione degli altri. Agire in un contesto amministrativo significa accettare di fare i conti con la realtà, La politica radicale e intransigente, che si ispira al “nuovo”, esclude il compromesso e rifiuta la discussione, diventa assoluta e totalizzante. Mi pare di aver inquadrato una serie di questioni che hanno una loro attinenza con la politica e gli organi di partecipazione (i cosiddetti Comitati di Zona).
Il 23 gennaio 2009 si è svolta una riunione del Comitato di Piazza Mazzini (da quanto mi è parso di capire) per discutere delle questioni inerenti agli orari di chiusura estivi di attività (non si è capito se riguardassero la somministrazione oppure l’asporto….poi mi è stato riferito che la riunione era una sorta di audizione nei confronti delle parti interessate) al fine di risolvere i problemi di decoro, rumore e quant’altro che si verificano in piazza durante le ore di attività serale e notturna. Qual è stata la prima impressione (tengo a precisare che considero il Presidente del Comitato ed i membri del direttivo degno di stima e considerazione)? Che il dialogo fosse tra “alieni” e “arrabbiati” (anche se tutti hanno esercitato il loro atto formale nei confronti di responsabilità, rispetto, educazione, ecc. ). Ovvero: un gruppo che tentava di esercitare l’esercizio della persuasione etica (ha presente quando il medico batte sulla rotula del paziente e ottiene come risposta il movimento della gamba?L’invito non è a persuadere, quanto a fuggire…il riflesso non è infatti persuasione) senza accordarlo ed articolarlo su un piano di logica, un altro gruppo che, convinto di conoscere poco l’argomento (in verità mai discusso e approfondito), riteneva bassa la soddisfazione per come veniva gestito in competenza. Quale poteva essere il risultato finale? Usando un aneddoto: “il motivo per cui la vendita delle bottiglie possa essere proibita dalla legge con un ordinanza è tuttora poco chiaro e alcuni partecipanti hanno ritenuto che il Comitato (interpretata la suprema legge etica dei cittadini residenti che esso rappresenta) suggerisca semplicemente di non bere in taluni locali dopo una certa ora”. E il sottoscritto, che pure ha tentato di abbozzare una proposta si è sentito “rifiutare” una discussione in merito. Come sentirsi una sorta di Fantozzi: il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità …..Naturalmente sto scherzando (un po’ di buonumore non guasta mai..) ma il ragionier Fantozzi è un'iperbole vivente, un eccesso, in cui l'umanità del personaggio è sopraffatta dalle immani disgrazie che lo investono e a cui non reagisce minimamente. Il comune denominatore di tutte le vicende vissute da Fantozzi è, appunto, la totale inerzia innanzi al destino, l'impossibilità di poter cambiare la sorte avversa. Se Dio, però, dovesse fare i miracoli (cioè influenzare la vita degli uomini), la conseguenza inevitabile sarebbe che gli uomini diventerebbero più timorosi e più pavidi. Dio vuole invece "uomini liberi"che pensino... La politica totalizzante può sicuramente far comodo. Come dire: si può accettare tutto ciò che non compromette veramente. Io credo invece che, quando si ha a che fare con le questioni che riguardano la vita di tutti, si ha a che fare col fuoco. La grande comodità delle ideologie è che ti tolgono la fatica del pensare, ti fa essere come un cane che sta al guinzaglio del suo padrone. Ma la politica non può essere così. La politica deve essere ricerca attenta ed equilibrata del consenso. In generale, non mi piace pensare però ad un politico contabile che misura l’utile (e l’inutile) con il bilancino del farmacista per ottenere poi il massimo beneficio dalla situazione. Meglio un politico che scruta fino in fondo il problema e poi ti spiega in base alle sue convinzioni quale sia veramente la soluzione da adottare. Oggi esiste uno smarrimento diffuso della società (ne ho ampliamente discusso in precedenza). L’origine di fatti inquietanti di cronaca (atrocità commesse all’interno della famiglia, delitti consumati per futili motivi o per denaro, violenze contro donne e indifesi) indicano come stia svanendo il senso della vita. Qual è il significato di tutto questo? E’ l’allontanamento di Dio (la sua ricerca) dalla vita pubblica e privata: il distacco dell'Europa dalla sua cultura e dalle sue radici.
Torniamo alla riunione del Comitato e, contestualmente, alla definizione di partecipazione. I due punti cardine sono: a) coinvolgimento delle persone b) un insieme di comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico (ovvero le sue decisioni). Dalle due definizioni risulta chiaro che la gestione di un comitato (il problema non mette in discussione i presidenti o i membri del direttivo) non può esaurirsi nel contingente, senza finalismo e senza progetto: se le scelte attive dei cittadini diventano povere di senso è altrettanto evidente che il comitato si è fatta avaro di soddisfazione per i cittadini (mi pare che, quella sera, eravamo presenti in 15 -16 persone). Se la politica riduce i comitati ad una sorta di luogo dove l’azione delle scelte diventa solo un alibi per modulare e neutralizzare contrapposizioni e dibattiti sulle questioni che riguardano la città, è evidente che tale luogo, per i vari ragionamenti già esposti, diventa la negazione stessa della speranza. Con l’immediata conseguenza che il dibattito latita o si riduce solo ad un confronto di moralità pubblica. L’Esodo biblico (per tornare ad esempi più chiarificatori) rappresenta l’origine del Principio di Speranza. E’ sostanzialmente il paradigma della politica, delle scelte come presa di coscienza e partecipazione attiva; quando il popolo d’ Israele attraversa il deserto, esso stesso compie un atto di responsabilità: il simbolo stesso del processo verso la libertà e la democrazia. Di fronte, poi, alla coscienza della propria identità e al rischio conseguente di perdere la stessa libertà, impigrendosi nell' indifferenza e nell' incapacità a migliorarsi, gli israeliti realizzarono l’Alleanza con Dio affinché il mondo e la libertà fosse fondata sulla legge ovvero sulla fedeltà a Dio. Che cosa è mancato nella riunione del Comitato (il problema, però, si trascina da tempo)? Lo riassumo, per sintesi e completezza in alcuni punti: a) inutilità del valore di azione attiva: i problemi hanno un significato, delle possibilità concrete e una meta; b) carenza di capacità relazionale : un aspetto che non dipende dai nominati ma da come si è costruito, fin dall’inizio, l’architrave su cui poggiano i Comitati. Pochi hanno capito che il futuro di questa città si misurerà attraverso la disponibilità dell’altro ad ascoltarci. Rispetto, responsabilità reciprocità e riconoscimento sono le uniche logiche per dare profondità, risonanza e rilevanza alla prospettiva di nuovi progetti; c) mancanza ( soprattutto del coraggio di sentirsi liberi) di idee e disponibilità a pensare il mondo dal punto di vista della sua trasformazione e che questa si realizzi attraverso il senso della tradizione e del passato (il progetto della piazza, per fare un esempio); d) responsabilità ovvero volontà di parlare dei luoghi della città e da questi definire il valore del concetto di cittadinanza (che non significa né sentirsi come Fantozzi, ovvero manifestare sudditanza nei confronti della Pubblica Amministrazione e neppure sentirsi clienti del "mercato"). Su questo aspetto l’Amministrazione dovrà raccogliere il testimone di questa sfida, ovvero aiutare a crescere in libertà i Comitati; e) rispetto ovvero legame forti e, soprattutto emozioni condivise; f) riconoscimento. La città non è solo un fatto di consumo ed uso privato. Pensarlo vuol dire impoverire il dibattito, limitando l’idea stessa di libertà; g) reciprocità. I doveri, la lealtà e le virtù civiche nascono dalla partecipazione e dalla dedizione al bene comune; h) informazione. L’informazione come strumento di stimolo e consolidamento della partecipazione politica attiva dei cittadini alla vita comunitaria. Tornando al tema della sicurezza, è innegabile che questa costituisca un diritto primario e una componente indispensabile della qualità della vita e che vi è l’esigenza che tale diritto sia garantito. Spesso (mi è capitato di sentirlo spesso tra vari politici e rappresentanti di Comitati), il tema della sicurezza viene fatto comprendere (anche se non coincide) con quello dell’ordine e della sicurezza pubblica: dovremmo però comprendere che la sicurezza riguarda più complessivamente la qualità della vita delle persone residenti in un dato ambito di territorio, alla cui base vi è la rete dei valori e dei servizi che contribuiscono a definire l’identità civica nella quale la comunità locale si riconosce. Ed i problemi di vandalismo (..ancora un richiamo alla spe salvi!!) riguardano la capacità di innovare il cuore delle istituzioni. Le leggi sono prescrittive e alla fine, la “violenza” è soltanto “perdita di speranza” e “limitazione dell’uso della ragione”. Nuovi modelli di sicurezza, quindi, che sappiano affiancare i necessari interventi per la tutela e il ripristino dell’ordine e della sicurezza pubblica con iniziative atte a favorire la vivibilità del territorio e la qualità della vita, coniugando prevenzione, mediazione dei conflitti, controllo e repressione. La competenza, invece, in materia di ordine e sicurezza pubblica e di contrasto alla criminalità appartiene allo Stato che la esercita in termini generali attraverso il Prefetto quale autorità provinciale di pubblica sicurezza mentre è compito delle Amministrazioni comunali rappresentare le istanze dei suoi cittadini che vivono sul proprio territorio e assumere tutte quelle iniziative di prevenzione sociale e per la vivibilità e qualificazione dei luoghi di vita che possono contribuire a ridurre i fenomeni di disagio ed i comportamenti devianti. Su quest’ ultimo punto si possono realizzare Protocolli d’intesa con la Prefettura per realizzare programmi “personalizzati” di intervento e di collaborazione reciproca. Penso a tre aspetti importanti: a) Il Comune si impegna a fornire alla Prefettura tutte le informazioni amministrative, correlate alle procedure autorizzatorie degli esercizi pubblici e commerciali, utili per la attività di prevenzione, di indagine e di contrasto alla illegalità;b) a segnalare alla Prefettura ogni eventuale situazione di disagio sociale e di degrado urbano in atto; c) II Comune inoltre mantiene il proprio impegno, peraltro già contenuto nel Progetto sopra citato, a collaborare con le forze dell'ordine tramite il Corpo di Polizia Municipale, secondo le modalità e i limiti previsti dalle normative vigenti. II tipo e la quantità dei servizi da svolgere verranno concordati periodicamente con il Questore in sede di Coordinamento Interforze, a cui la Polizia Municipale partecipa attraverso il Comandante o il Vice comandante.La Pubblica Amministrazione può tentare di definire e programmare lo sviluppo della città nell’ottica della sicurezza e della vivibilità per i cittadini, attraverso la propria progettualità. Per interpretare la città nella logica della agibilità sociale e della riconoscibilità dei luoghi; (reimpostazione della pubblica illuminazione e della fisionomia degli spazi pubblici e condivisi come aree verdi,strade, piazze etc.) è necessario che (come ho già relazionato in precedenza) che i comitati “impattino” positivamente con l’Amministrazione (il problema reale e che, invece, si siano, per così dire “afflosciati” (Anche qui, la spe salvi è determinante per coglierne i motivi). Per quanto riguarda il “progetto” dell’Amministrazione si può spaziare in varie tematiche (l’importante è che siano tra loro coordinate): a) realizzazione del Rapporto sullo stato della sicurezza della città con i seguenti contenuti: aggiornamento della statistica sulla delittuosità di strada; b) analisi e approfondimenti specifici su particolari reati che coinvolgono più di frequente cittadini e turisti; c) sondaggio di opinione sui problemi inerenti la sicurezza e l’immigrazione; d) progetto vigile di quartiere e analisi dell’attività svolta nonché delle azioni di prevenzione effettuate; e) realizzazione di iniziative per rendere più visibili i vigili di quartiere, e più chiaro ai cittadini il loro ruolo; f) allontanamento entro 24 ore delle carovane nomadi e dei camper insediati abusivamente, in collaborazione con le forze dell'ordine; g) progetto manutenzione impianto di illuminazione; h) iniziative per la sicurezza e la vivibilità del territorio, valorizzando il coinvolgimento dei comitati e degli extracomunitari; i) conferma nel bilancio annuale delle risorse assegnate al “Progetto Sicurezza”; l) iniziative di promozione all’educazione della legalità; m) realizzazione di conferenze pubbliche, con la presenza di importanti cariche istituzionali; n) reazione di una consulta degli immigrati e dei cittadini stranieri al fine di realizzare una maggiore e proficua collaborazione anche sul fronte dell’ordine pubblico e della sicurezza; n) progettazione di una campagna promozionale per responsabilizzare ad un uso "civico" della città (rifiuti, imbrattamenti, animali, ecc.); o) iniziative di informazione con iniziative mirate (anziani, studenti, ecc.) su truffe, e scippi/borseggi/rapine; n) iniziative di recupero di spazi e zone deqradate della città; p) programmare lo sviluppo della città nell’ottica della sicurezza e della vivibilità per tutti i cittadini e le cittadine (e questo aspetto mi sembra il più importante). Il concetto di sicurezza urbana e la relativa domanda di sicurezza includono anche molti fenomeni connessi al disagio dei cittadini nell’uso degli spazi pubblici. L’idea principale è che la sicurezza di una città si raggiunge attraverso un controllo spontaneo del territorio da parte dei cittadini. Qual è la natura della relazione tra sicurezza e spazio pubblico? La sicurezza è legata alla vitalità delle piazze e delle vie ad esse collegate: i cittadini sono pertanto i primi tutori della sicurezza. Non solo. Il cittadino, identificandosi con lo spazio dove vive e abita , difende e rispetta il “suo” territorio. Ciò richiede una città organizzata in modo che vi siano strade ricche di attività e frequentate edifici e aree (in particolar modo le piazze e le aree contigue alla spiaggia ) concepite in modo che gli abitanti possano avere un rapporto visivo diretto con lo spazio pubblico. L’identificazione dei cittadini con il loro territorio richiede di creare spazi ben definiti, di buona qualità ambientale, che favoriscano i rapporti sociali e gli incontri, evitando l’anonimato dei grandi casermoni, le terra di nessuno, gli spazi senza caratterizzazione e qualità. Questo significa che:a) la chiarezza nell’organizzazione degli spazi e la visibilità dei luoghi, incidono fortemente sulla sicurezza e sulla percezione della medesima;b) per migliorare la sicurezza bisogna evitare gli spazi “morti” (senza vitalità), nascosti o indefiniti, perché gli atti di vandalismo e di criminalità tendono a concentrarsi in questi luoghi;c) le situazioni e sistemazioni temporanee (cantieri, recinzioni, deviazioni) creano non solo disagio, ma anche luoghi potenzialmente pericolosi; è necessario quindi progettare e curare anche in termini di sicurezza le sistemazioni temporanee durante i cantieri. Oggi ciò che è semplicemente un’area privata sulla quale esercitare il diritto di costruire domani diverrà un nuovo pezzo della città, con le sue case, le sue strade e piazze, le sue aree verdi. Potrà essere bello o brutto ma sarà certamente un nuovo spazio pubblico da governare e al quale fornire servizi. Nei nuovi interventi occorre fare in modo che le situazioni di degrado, laddove esistono, siano eliminate ed evitare di creare condizioni che l’esperienza ha dimostrato essere foriere di disagio e insicurezza, anche a garanzia del successo economico della proposta edilizia. il tema della sicurezza nelle città va inoltre affrontato a diverse scale. Ad ogni scala corrispondono aspetti diversi di sicurezza e si devono affrontare problemi differenti: A) alla grande scala, nella fase in cui vengono decise funzioni e attività, si va ad incidere sulla vitalità dei luoghi alle diverse ore del giorno e della settimana e pertanto viene deciso implicitamente il livello di sorveglianza spontanea; B) a scala intermedia, allorché vengono definite la struttura degli spazi, le ubicazioni e l’uso dei diversi piani, la struttura del verde, la viabilità e i parcheggi (interrati o di superficie) si va ad incidere sulla possibilità ed efficacia di sorveglianza spontanea o semi-strutturata e sulla identificazione con i luoghi da parte dei fruitori;C) alle scale di dettaglio, allorché si definiscono pertinenze private, spazi semi-pubblici, recinzioni, percorsi, ingombri, alberature, illuminazione, arredo urbano affacci e ingressi, si va ad incidere sulla visibilità e trasparenza degli spazi, sull’immagine e il comfort dei luoghi (che influiscono sulla sensazione di sicurezza/insicurezza delle persone), sulla propensione al degrado (che ingenera disagio e sensazione di insicurezza). E’ importante ricordare che sono le attività, il loro “mix” e i movimenti ad essi legati a dare un contributo concreto alla sorveglianza spontanea degli spazi. Al di là dell’attenzione all’estetica urbana, la progettazione dei luoghi deve essere finalizzata all’utilità e alla comodità di chi ne abbisogna, in modo da renderli effettivamente adoperati e quindi generare il movimento che sta alla base della sicurezza nelle città. L’attenzione alla sicurezza deve essere perciò presente fin dalle fasi iniziali in tutti i livelli di pianificazione e progettazione nell’ambito urbano: piano strategico, piani e progetti di infrastrutture, piano regolatore, piani settoriali (commercio, verde, insediamenti produttivi ecc.), piani e programmi urbanistici,programmi di riqualificazione urbana, progetti di grandi attrezzature urbane, di centri commerciali, di insediamenti terziari e residenziali, progetti dettagliati di parcheggi,parchi, giardini e spazi pubblici. Un altro tema (interessante da affrontare) che emerge dalle esperienze maturata è quello delle attività e dei ritmi d’uso dello spazio urbano. Questo è uno degli aspetti meno approfonditi dalla progettazione urbana a tutte le scale di intervento, per la consuetudine dei progettisti a focalizzare l’attenzione principalmente sullo spaziofisico. E’ importante ricordare che sono le attività, il loro “mix” e i movimenti ad esse legati a dare un contributo importante alla sorveglianza spontanea degli spazi. L’individuazione delle attività adatte ad insediarsi in uno specifico luogo, richiede lo studio delle “popolazioni” (residenti, turisti, visitatori, persone in transito, giovani, anziani, donne, studenti ecc.). Per concludere, alcune considerazioni specifiche sul progetto di Piazza Mazzini (non sono né un architetto e neppure un urbanista: mi scuserà fin d’ora se riscontrerà qualche incongruenza nelle mie riflessioni). Il progetto urbanistico (a mio modo di vedere) di Piazza Mazzini non riguardava solamente il riuso di una grande spazio sociale (la piazza) , ma era chiamato ad assumere, per le caratteristiche e dimensioni dell’area, un ruolo importante per la riqualificazione dell’immagine e il miglioramento della qualità della vita dell’area circostante. In termini di sicurezza questa riqualificazione era importante per aumentare il senso di identificazione degli abitanti e delle attività presenti nell’area , in quanto il cittadino difende il territorio che sente proprio e sviluppa meccanismi positivi di controllo spontaneo. La realizzazione della piazza ha invece aumentato il senso di estraneità della gente, rifiutandola; gli abitanti sentono di appartenere ad una parte isolata della città; ciò crea problemi personali e sensazione di insicurezza profonda. Se la piazza (non conosco le intenzioni dell’Amministrazione Comunale) venisse, poi, pedonalizzata, escludendo qualsiasi attraversamento veicolare, questo creerà un isolamento del quartiere rispetto al cosiddetto “contorno”: si ridurrà il movimento complessivo, creando quindi una desertificazione delle strade. L’eccessiva riduzione del traffico riduce la possibilità di sorveglianza spontanea da parte dei cittadini. Per quanto riguarda le funzioni, vi è, inoltre,un utilizzo promiscuo dell’area dove non vi è una netta distinzione tra zona adibita alla residenza e all’alberghiero e le attività commerciali rivolte particolarmente ai giovani. Ciò è positivo poiché non crea dei vuoti di vitalità nel tessuto urbano. La piazza però possiede un mix di attività che presuppongono un diverso ritmo di utilizzo dello stesso spazio fisico. Le aree a destinazione alberghiera, residenziale e commerciale, dopo un certo orario, possono diventare luoghi di attività vandaliche, che anche se di piccola entità, inducono un generale senso di disagio e di insicurezza. Per la vitalità della piazza e, quindi per la sicurezza diffusa, sarebbe meglio non utilizzare limitazioni di orario. Sarebbe stato meglio (la deregolamentazione prodotta dalla legge Bersani ha creato problemi di natura commerciale per quanto riguarda la redistribuzione delle attività. In ogni caso, in fase di progettazione le funzioni vanno analizzate e approfondite) avere un mix di attività commerciali e di servizi “spalmati” lungo aggregazioni lineari (strade) piuttosto che concentrarle in un unico tratto che unisce la piazza alla spiaggia (polo o centro commerciale). La rete stradale della piazza è basata su una accessibilità che permette al movimento veicolare di “ruotare intorno alla piazza stessa, dividendola (se si considera la parte centrale a senso unico) in due aree. Ciò permette una buona sorvegliabilità poiché riduce l’utilizzo della piazza e conseguentemente il numero di atti di microcriminalità e vandalismo. Una trama stradale continua è necessaria per creare continuità di flussi e permeabilità della piazza e quindi condizioni migliori di sorveglianza spontanea e sicurezza. Lo spazio della piazza rappresenta un “indistinto” e come tale, è “permeabile”: ciò permette a chiunque voglia “utilizzarla” di passare, indistintamente, da una parte all’altra, determinandone un uso “invadente”. Ciò determina, appunto, episodi di vandalismo in aree con altri ritmi di utilizzo ed attività. La mancanza di evidenti spazi verdi interni alle due arre pedonalizzate e lambite da viabilità locale ai lati determina un movimento della clientela “notturna” esteso a tutta l’area della piazza. La presenza di aree verdi organizzate (in modo tale da non creare neppure una frattura nelle relazioni della piazza) può diventare elemento indispensabile per consentire una sorveglianza spontanea e organizzata. Credo inoltre che sia facilmente dimostrabile che l’attuazione di qualsiasi intervento urbano crea problemi di sicurezza, perché determina situazioni temporanee di confusione e disagio per i cittadini, che favoriscono l’insediarsi di fenomeni criminosi. Pertanto le esigenze e i vincoli sono tali che le modalità, le fasi e le sequenze di realizzazione devono essere considerate già in fase di progettazione, di qualsiasi piazza, perché influenzeranno sicuramente l’impianto urbanistico e le caratteristiche dell’edificato. Ciò dimostra che vi debba essere una stretta collaborazione, in fase di realizzazione delle piazze, tra i vari assessorati. In particolare tra l’assessorato ai lavori Pubblici, l’assessore alla Sicurezza e l’assessore al commercio ancor prima di rendere attuativo un qualsiasi progetto di realizzazione di una piazza. L’importanza e la necessità di collegare, nel rispetto delle competenze, interventi sociali, urbanistici, di controllo e di repressione è importante per permettere di incidere al meglio sul tessuto cittadino; ma anche per dare risposta alle richieste di maggiore sicurezza da parte dei cittadini, delle categorie economiche e del mondo del lavoro. Ciò introduce, naturalmente, un’altra questione: non bisogna confondere la riqualificazione come una pratica edilizia come il recupero. Il concetto stesso di riqualificazione implica un approccio integrato ai problemi del territorio e presuppone una domanda di qualità (qualità ambientale, qualità delle relazioni umane,qualità della vita urbana) che non può essere soddisfatta soltanto da interventi edilizi, siano pure di intelligente recupero delle preesistenze o di opportuni inserimenti di architettura contemporanea. La qualità urbana è qualcosa che riusciamo a definire soltanto facendo ricorso alla sociologia, all’antropologia, alla storia… e spesso aiutandoci con esempi del passato (le confesso che ho provato a riflettere sui problemi della piazza, solo quando qualcuno, anzi più d’uno, mi ha detto che la piazza “precedente” era migliore, “più bella”). Credo che tutti noi dobbiamo guardare avanti e dobbiamo fare presto, perché il degrado delle città, in generale, è sotto gli occhi di tutti. E’ un processo inarrestabile se non riusciamo ad agire sulle sue cause (che, ritengo, siano determinate da una scarsa partecipazione progettuale (il filo invisibile lo lega, quasi a fare da contrappunto, alla “spe salvi”…). Perché è in atto un massiccio esodo dalle città maggiori, che negli ultimi dieci anni hanno perso mediamente il 10% degli abitanti, ma sostanzialmente a favore dei comuni limitrofi. Perché? Per un processo di graduale disaffezione al modello metropolitano, che è andato caricandosi di una serie di connotati negativi, dovuti alla congestione del traffico, all’inquinamento, al degrado degli spazi pubblici, al senso di insicurezza causato dalla microcriminalità al disagio di un difficile assorbimento delle minoranze e dell’immigrazione. Le città sono, inoltre, soggette ad un maggiore consumo, ad una usura senza precedenti, perché non compensata dalla cura dei residenti, che spesso in alcuni quartieri diventano minoranza. Se a questo aggiungiamo il fattore invecchiamento della popolazione residente, ci troviamo di fronte ad una situazione che in pochi anni ha completamente cambiato la composizione della popolazione e l’immagine stessa delle città, trasformate spesso in un grande centro commerciale. Città che perdono la loro identità locale a favore di una progressiva assimilazione al modello globalizzato dei consumi (ma la Lega non è forse una forza politica che difende l’identità?). Città che si volgarizzano nell’immagine sempre più uniforme degli esercizi commerciali e dei locali di intrattenimento e che favorisce il diffondersi di comportamenti di indifferenza ai luoghi. La pianificazione urbanistica non può più essere concepita come una disciplina separata che si limita a definire regole e norme per gli interventi edilizi, ma deve farsi carico del progetto di trasformazione della città in un quadro di iniziative coordinate con la programmazione economica, sociale, culturale ecc, puntando anche alla concertazione con i privati, ma sempre nel quadro di una strategia di obiettivi irrinunciabili di interesse pubblico. Occorre quindi un salto di scala per affrontare le politiche urbane in una visione integrata che si ponga seriamente l’obiettivo di una crescita complessiva della qualità, in tutti i servizi al cittadino e al turista ma anche nelle azioni di semplice manutenzione degli spazi pubblici. Perciò è necessario ripensare le politiche mirate alla riqualificazione non più o non solo come azioni episodiche che si limitano a sanare una situazione circoscritta, ma come scelte strategiche che guidino il processo di continua trasformazione della città verso degli obiettivi di accrescimento complessivo della qualità urbana.
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