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domenica 19 dicembre 2010


A TUTTI I LETTORI DEL BLOG,
UN SINCERO AUGURIO DI

BUON NATALE
E
FELICE ANNO NUOVO!

venerdì 17 dicembre 2010

Lettera Aperta al nuovo Assessore ai Servizi Sociali (17 dicembre 2010): una nuova sfida nella riprogetazione dei servizi sociali. Un caso in evidenza.

Colgo innanzitutto l’occasione per complimentarmi per la sua nomina ad Assessore ai Servizi Sociali: una donna è sicuramente il miglior investimento in sensibilità che una qualsiasi giunta produrre a fronte di un intenso impegno programmatico. La presenza straniera è un dato di fatto, una realtà esistente, indipendentemente dalla sua composizione o dal suo numero e dalla sua percezione. L'integrazione è quindi una necessità, che si impone sia alla popolazione italiana sia a quella straniera, e che presuppone da una parte la volontà di accogliere da parte di chi riceve e dall’altra la volontà di introdursi nella nuova società da parte di chi arriva. La convivenza, la comprensione tra culture diverse è un presupposto indispensabile per lo sviluppo sociale, culturale e anche economico della società. Ma quando e  come si “crea” l’integrazione? Quando l’immigrato (regolare) incontra, come un qualsiasi cittadino residente di una comunità, i servizi alla persona e, all’opposto, quando gli stessi servizi manifestano una forza tale da   impegnarsi con coraggio e generosità nel suo stesso campo. L’incontro con la speranza è sempre più forte di ogni convinzione ed appartenenza politica perché crea vicinanza ed integrazione. I servizi , più che con i singoli, sono chiamati a collaborare intensamente con la famiglia nella definizione e nell’attivazione del processo di aiuto. La famiglia è infatti il nucleo primario in cui l’individuo trova risorse materiali ed affettive per crescere in modo sano ed equilibrato. Ma la famiglia non è sempre quel nucleo stabile nella sua immobilità, senza tensioni. E per questo motivo la famiglia può subire trasformazioni che incidono, poi negativamente, su tutti i membri della stessa. Il concetto di crisi, è strettamente legato alla percezione di uno stato di disagio: non ho naturalmente alcuna competenza al riguardo ma, come espressione di un comunità (prima ancora di sottolinearne il ruolo di mera appartenenza  politica) desidero (come credo lo pretenda lei quale rappresentante istituzionale)  che le condizioni concrete di ogni suo membro siano dignitose.  In questa prospettiva, già la stessa comunicazione di un disagio da parte di un qualsiasi cittadino, anche extracomunitario, diventa una percezione indiretta dello stesso, e, come tale, equivale ad una presa di coscienza, legata all’assunzione di responsabilità (la politica non c’entra), al fine di mettere in moto una serie di comportamenti, atteggiamenti o meccanismi che possano favorevolmente consentire al sistema stesso di avvicinarsi al problema. Vedo di descriverle in breve la questione, sulla quale potrà esperire le sue doverose valutazioni e considerazioni. Il Sig. Reaz (tel.********) mi ha riferito il caso di una donna extracomunitaria (S.A.)di 23 anni residente a Jesolo, sposata con un figlio di 14 mesi. Il marito di 33 anni, è morto il 22 settembre c.a. (ha lavorato per circa 8 anni a Jesolo). La donna sembra caduta in una sorta di disagio psichico dovuto probabilmente alla morte del marito. E’ evidente che, un po’ per la situazione in sé un po’ forse per il diverso contesto culturale, la manifestazione esterna del disagio avvenga per interposta persona (il Sig. Reaz). Come, d’altra parte, il “Caso” possa essere l’espressione di una qualsiasi altra famiglia residente. Per capire concretamente, ricorro al caso citato (per il quale, i auguro, si dispongano effettivamente, degli accertamenti. Se SA non è stata in grado di definire lo stato di disagio trasformandolo in una richiesta d’aiuto è evidente che toccherà al sistema (all’assistente sociale) cercare di “centrare” la questione allo scopo di definirne gli interventi. E, se è vero che ogni intervento va “letto” nell’ottica relazionale, è altrettanto evidente che la soluzione poggia sull’incastro di variabili non sempre connesse tra loro. La valutazione pertanto non riguarda il nucleo famiglia composto da madre e figlio ma, al contrario il sistema all’interno del quale si realizza il disagio. tentativi di connettere e rendere coerenti e dotate di senso le relazioni e i comportamenti delle persone che partecipano al processo. L’intervento del Servizio sociale può risolversi in un  Assistenza domiciliare e/o in un Assistenza economica (un contributo economico, incisivo e per brevi periodi, che consiste in un aiuto alle famiglie in difficoltà per evitare un peggioramento della situazione)? E’ sufficiente un sostegno con affido mamma/bambino?Oppure la sofferenza psichica della donna (la discussione è sempre “in presunzione” di fatti non accertati) è tale che può incidere su tutti gli aspetti del vivere, compreso quello relazionale con il bambino? E’ necessario ricorrere alla potestà come istituto di protezione per il minore? Se un qualsiasi operatore sociale si limitasse ad accogliere il disagio solo sul fronte della valutazione,senz’altro logica, di chi subisce il disagio, vorrà dire che tenderà a rispondere alla domanda di aiuto specifica, senza un quadro esplicativo della situazione, limitando notevolmente il suo campo di azione. Probabilmente, in questo caso, giungerà alle stesse conclusioni cui altri (persone che vivono in prossimità della coppia madre/figlio) sono già giunte , e vedrà, perciò, le stesse alternative soluzioni di quest’ultimo. L’intervento sarà quindi, centrato a rispondere alla domanda concreta (domanda apparente), senza entrare nel cuore del vero disagio (domanda reale).Questo per farle capire quanto sia complessa l’attività dei servizi sociali (avrà modo di approfondire sicuramente tali questioni) e, come, la stessa non possa essere trasformata in interventi “personalizzabili” senza una fase di intensa riproposizione progettuale, a cui lei, nel suo mandato, è chiamata a gestire.

La revoca dell’incarico di Assessore: libera scelta del Sindaco o scarsa attenzione verso gli interessi della comunità?

Come coordinamento di Alleanza di Centro, volevamo criticare come, fino ad ora, è stato utilizzato l’atto di revoca dell'incarico di assessore comunale: esso, infatti, non è inquadrabile, a nostro avviso,  tra gli atti politici, nonostante la rivisitazione a seguito delle modifiche al titolo quinto della parte seconda della Costituzione, che ha fatto venir meno la struttura verticale delle autonomie. L'atto sindacale di revoca di un assessore (o di più assessori) da un lato non è libero nella scelta dei fini, essendo sostanzialmente rivolto al miglioramento della compagine di ausilio del sindaco nell'amministrazione del comune, e dall'altro è sottoposto alla valutazione del consiglio comunale ai sensi dell'articolo 46, ultimo comma, del D.L.vo n. 267/ 2000. La materia del conferimento e della revoca degli incarichi assessorili è attualmente regolata dall’art. 46 del d. lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali). L’articolo in parola, infatti, dispone al comma secondo che “Il sindaco e il presidente della provincia nominano i componenti della Giunta, tra cui un vicesindaco e un vicepresidente, e ne danno comunicazione al consiglio nella prima seduta successiva alla elezione”, e poi prevede al comma quarto che “Il sindaco e il presidente della provincia possono revocare uno o più assessori, dandone motivata comunicazione al consiglio”.Pur sussistendo una certa discrezionalità nell’atto di revoca, sussiste comunque il dovere di giustificare l’esercizio del relativo potere, che non può certamente essere arbitrario, dovendo essere rivolto a curare gli interessi della comunità locale secondo il programma politico-amministrativo sulla cui base è intervenuto il voto popolare. Ecco quindi l’esigenza di ricercare ragioni che possano legittimare la revoca delle funzioni assessorili in base a comportamenti che, al di là del dissenso rispetto a certe scelte amministrative, possano in qualche modo rendere impossibile la continuazione della compagine amministrativa, incidendo così, doverosamente,  sull’esigenza del buon andamento dell’azione amministrativa che costituisce indubbiamente uno dei criteri di riferimento fondamentali della materia. Nella revoca non possono esserci perciò ragioni di natura politica: la revoca deve essere perciò motivata, per le comuni esigenze di trasparenza, imparzialità e buon andamento. Una volta che gli organi del comune si sono costituiti sulla base della legittimazione elettorale, essi devono pur sempre funzionare nell’interesse dell’intera collettività territoriale e nel rispetto del principio di imparzialità e buon andamento (articolo 97 della Costituzione). Le ragioni politiche possono assumere rilievo nella comunicazione della revoca che il sindaco deve fare al consiglio comunale: essa può incidere anche su valutazioni relative al rapporto di fiducia politica tra il consiglio stesso ed il sindaco. Riteniamo, inoltre ammissibile l'impugnativa di un atto del genere davanti al giudice amministrativo in quanto posto in essere da un'autorità amministrativa e nell'esercizio di un potere amministrativo, sia pure ampiamente discrezionale.
Sinteticamente:
- La scelta degli assessori comunali da parte del Sindaco è libera scelta politica, ma la revoca dei medesimi coinvolge l’espletamento di una funzione pubblica che deve, pertanto, basarsi sulla esistenza di ragioni di pubblico interesse che giustificano l’allontanamento dalla carica del consigliere che pur potrebbe in ipotesi aver svolto la funzione con soddisfazione della cittadinanza comunale;
- le ragioni della ripartizione dei posti fra appartenenti a partiti politici per soddisfare pretese che non evidenziano una qualche dovuta attenzione in termini di miglior servizio pubblico a favore della cittadinanza non può costituire di per sè giusta ragione per cambiamenti che restano incomprensibili in termini obiettivi e di rispetto della volontà degli elettori tanto più che, come nel caso, tutti appartengono allo stesso gruppo di maggioranza che deve attuare il programma prospettato agli elettori.

“Deleghe” ai consiglieri comunali di maggioranza? Ma non sono mica assessori…..

Il sindaco Calzavara, dopo le dimissioni dell’assessore Boccato, ha ritenuto importante assegnare, al nuovo assessore, dott.ssa Donatella Regazzo, la delega delle politiche sociali mentre quella sulla sicurezza veniva attribuita al Sindaco stesso. Probabilmente è da ritenersi che tale scelta sia finalizzata a rendere più efficace ed incisiva l’azione amministrativa. Se nel merito delle tante deleghe somministrate dal sindaco (e, poi ritirate per revoca o dimissioni) si possono dare spazio ad interpretazioni e significati diversi, univoco è invece il giudizio politico del coordinamento di Alleanza di Centro. Assegnare deleghe, senza una valutazione circostanziata del lavoro svolto in merito alla realizzazione del programma, significa avere uno scarso senso delle istituzioni e dei ruoli istituzionali. Altrettanto incredibile appare a questo coordinamento l’attribuzione di deleghe ai consiglieri di maggioranza. “A seguito della riduzione degli Assessori (da 8 a 5) e del conseguente aumento del carico di lavoro in capo ai diversi assessorati (così recita il comunicato stampa), si è deciso di coadiuvarli assegnando ai Consiglieri alcuni compiti specifici per supportare nelle diverse attività la nuova Giunta e, soprattutto, per cercar di dare risposte ancora più celeri ai Cittadini”. Il Sindaco stesso sottolinea :“Il coinvolgimento anche dei Consiglieri nel lavoro dell’Amministrazione sono sicuro permetterà di raggiungere ancora più velocemente gli obiettivi di mandato prefissati”. Questi sono gli incarichi che sono stati assegnati ai Consiglieri Comunali evidenziando le singole capacità ed attitudini:

Nedda Fancio – Progetto Echo School e promozione del Teatro e della Musica in ambito scolastico
Claudio Ferro - Casa di Riposo e nuovo Distretto Sanitario
Alessandro Iguadala - Parco Archeologico Antiche Mura
Nicola Manente – Fattoria Didattica e Accordi di Programma PAT
Giorgio Pomiato – valorizzazione aree Commerciali pedonali
Luigi Rizzo – valorizzazione dei Comitati e delle Frazioni
Luigi Serafin – Progetti per il sostegno alla Famiglia
Giacomo Vallese – Concessioni Demaniali e relativa normativa Europea”.
Sulla questione riteniamo di non voler fare inutili e sterili polemiche.  Vorremmo però ribadire che la disciplina delle deleghe  debba essere coerente con la funzione istituzionale dell'organo cui si riferisce. Quale criterio generale, occorre considerare che il consigliere può essere incaricato di studi su determinate materie, di compiti di collaborazione circoscritti all'esame e alla cura di situazioni particolari, che non implichino la possibilità di assumere atti a rilevanza esterna, né di adottare atti di gestione spettanti agli organi burocratici. E ciò, però – sottolineo – deve essere espressamente previsto dallo statuto comunale e quello della città non lo prevede . Qui si assiste invece, a consiglieri che vanno ben oltre l’attività di studio e approfondimento. I delegati, infatti, operano dal punto di vista politico come dei veri e propri assessori, essendo stato assegnato loro, come la dichiarazione del Sindaco stesso sottolinea, veri e propri carichi di lavoro. Ciò è assolutamente sbagliato , in quanto i compiti affidati dal sindaco ai consiglieri non possono in alcun modo configurare attività gestionali o assimilabili a quelle degli assessori, a meno che non decidano di dimettersi dalla figura di consiglieri. Secondo il Testo Unico degli Enti Locali i consiglieri comunali, infatti, svolgono unicamente attività di tipo istituzionale, e in qualità di componente di un organo collegiale, svolgono attività di indirizzo e controllo politico-amministrativo, partecipando alla verifica periodica dell'attuazione delle linee programmatiche da parte del Sindaco e dei singoli assessori. Per chi volesse approfondire la questione dal punto di vista istituzionale, è possibile sintetizzarla in due punti:a) Lo statuto del Comune di Jesolo non dedica (ciò appare desunto dal testo pubblicato nel sito del Comune) alcuna disciplina alle deleghe interorganiche ai consiglieri comunali, mentre si rinviene invece alla voce relativa alle competenze e funzionamento della Giunta, la previsione che conferma in capo al sindaco la conferibilità agli assessori dell’esercizio delle funzioni ad esso attribuite per gli uffici e i servizi, secondo le sue direttive; b) lo Statuto recepisce invece la previsione recata dall’art. 42 TUEL (Testo Unico Enti Locali), di attribuzione dell’attività istituzionale di controllo politico amministrativo al consiglio comunale e quindi ai consiglieri, in qualità di componenti dell’organo, al fine di evitare sia che i contenuti dei compiti delegati possano confondersi con quella stessa attività di controllo, sia una sovrapposizione di funzioni con lo svolgimento di competenze proprie degli assessori.

giovedì 16 dicembre 2010

Qualcuno mi potrebbe per favore liberare dall’abuso della storia? Un antidoto contro le presunzioni dei libri fai-da-te.

Vivijesolo, nella presentazione del libro dell’ex-sindaco Renato Martin “I tremila giorni che hanno cambiato Jesolo” ( martedì 21 dicembre ore 20.30 c/o sala Tiepolo del Kursaal di Piazza Brescia) , così lo descrive: “Un libro che non è un programma elettorale, né un testamento politico, ma più semplicemente il risultato di una lunga chiacchierata tra vecchi amici…..una lunga stagione politica segnata da una stabilità di governo senza precedenti…l’uomo che con le sue scelte, condivise o meno, ha strappato la città dal totale immobilismo politico ed amministrativo”. Come dire: anche la storia di un libro di memorie dello “scomodo” ex-sindaco , può essere utile per restituire alla città, la trama che ha caratterizzato le sue  “trasformazioni urbanistiche”. Può però anche accadere che cultori della memoria e non  (tra cui gli stessi antagonisti politici dell’ex sindaco) prendano le distanze   dai suoi luoghi, dai suoi miti, dai suoi simboli ovvero dal titolo (e dai contenuti) del libro, fosse anche seducente e innovativo, allo scopo di scolorire i contenuti nell´indistinto dello stereotipo. Che, poi, la formula dell’intervista assomigli più ad una sorta di tapis roulant tra le diverse memorie  (quasi fosse una sorta di percorso turistico- culturale) piuttosto che utilizzare la solita liturgia memoriale,poco importa. Quello che ritengo sia più importante è che la storia di una città non si trasformi (senza che questo porti ad una sconfessione né dei contenuti del libro né dei citati “cultori”)   in una sorta di abuso della memoria: scavare irrimediabilmente un solco tra storia (il PRG è ormai approvato) e discorso pubblico (elemento di discrimine politico) con generici ed anarchici fai-da-te, vuol dire relativizzare il senso stesso della storia; ogni asserzione del passato vale l´altra e tutte sono ugualmente indimostrabili e insignificanti. E tale cortocircuito , iniziato con la questione dell’Inno di Mameli suonato all’inizio di ogni consigli comunale, è destinato a esplodere nel centocinquantesimo anniversario dell´unità d´Italia, su cui sono già cominciati i cannoneggiamenti antirisorgimentali: il Risorgimento come congiura massonica? L’unificazione italiana come imposizione della corona inglese? Tutto può indurre a ricercare tardive vendette e “risarcimenti” ideologici . Fare “politica” della memoria non potrà mai sostituire la storia con una antistoria : si può solo rendere, tutti, ancora più confusi, disancorati, poveri di autostima. E sostanzialmente incapaci di pensare ad una nuova (quanto entusiasmante) narrazione del futuro prossimo. Così, se i pro Master Plan prevalsero sui contro - questa è storia – non possiamo certo portarceli dentro per farli esplodere poi. A fronte di un discorso pubblico (leggi politica) impazzito, di un proliferare di memorie e di soggettività, un “inseguimento” delle proprie ragioni, spesso di bassa cucina politicante, la storia dovrebbe continuare ad esercita il suo mestiere, in una crescente divaricazione tra senso comune e risultato finale. Il libro dell’ex sindaco Martin (mi auguro naturalmente che non lo sia)  vuole essere la dimostrazione di uno sbriciolarsi dell´oggetto iniziale,il Master Plan, in contrapposizione della messa in dubbio della realtà politica attuale,caratterizzata da un discorso politico labile e fuggevole?  Il libro è una sorta di prefazione al ritorno sulla scena politica del “Principe” Renato Martin , quasi volesse avocare a sé il potere di stabilire quel che la storia avrebbe dovuto raccontare? Non ho nulla contro il ritorno degli ex della politica. Ma è altrettanto vero che i “ritorni” si giovano, in genere, di fenomeni quali l’eclissi del sociale, la corrosione della democrazia, l’avanzare dell’antipolitica populista, la fine dello stato sociale e, perfino, dell’incapacità di governare l presente da parte della politica. Il noto medievista italiano Giuseppe Sergi ha scritto un bel libro dal titolo “Antidoti contro l’abuso della storia”. Perché la storia non si può solo usarla: se ne può addirittura abusarne, e a differente titolo: magari nelle ricostruzioni proposte. Solo la storia che guarda al presente in funzione del futuro è utile per la società: tentare di mistificare il passato per scopi politici  equivale a trasformare la storia in una sorta di fiction  cinematografica o televisiva. Pseudo storia, appunto.

sabato 11 dicembre 2010

STATISTICA E SISTEMA INFORMATIVO DIGITALE: L’INNOVAZIONE IN COMUNE

Le strategie ed i processi decisionali del Comune di Jesolo – che puntano allo sviluppo socio-economico del territorio – dovrebbero sposare le potenzialità dei sistemi di analisi e reportistica. Il Comune è un ente di governo rivolto allo sviluppo del proprio sistema socio-economico e territoriale, attraverso la definizione e l’attuazione di politiche di intervento e di regolazione. In quanto tale è necessario che il Comune di Jesolo si doti di una strumentazione informativa e di nuove tecnologie per migliorare il funzionamento della “macchina comunale”. Ma allo stesso tempo, in quanto Ente di Governo, dovremmo adoperarci per promuovere, mediante politiche mirate , lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie sul territorio. Sul settore informativo non credo si possa vantare un sistema che tocchi un po’ tutti i settori in cui il Comune Regione è impegnato. Penso al turismo in primis, alla formazione, all’assistenza sociale, alla sanità. Ma anche alla redazione di piani complessi come il Piano del traffico (che influisce direttamente sugli spostamenti) l’edilizia abitativa, la cultura, la protezione civile, l’agricoltura, le attività economiche, l’energia, l’ambiente, la difesa del suolo, i lavori pubblici, le infrastrutture, l’urbanistica, le autonomie locali. Gli strumenti non sono utili solo per il controllo di gestione, ma anche per monitorare i bisogni che emergono e gli effetti delle politiche di intervento.

DISCOTECHE: X-SITE O UN RIPENSAMENTO SOSTANZIALE DI STRATEGIA?

Negli anni ‘80 le discoteche, a Jesolo, erano un “must” da non perdere. Negli anni ’90 sono state accantonate a vantaggio di nuove location (piazze e spiaggia).Inutile negarlo:  la discoteca ha rappresentato  “strutturalmente” una risorsa importante per il turismo. Il risultato di un atteggiamento politico cauto nei confronti del cambiamento: in netta controtendenza alla volontà politica di voler cavalcare ogni nuova opportunità che si presenti (leggi X-Site). Se la politica avesse , all’epoca, adottato un approccio al cambiamento conservatore, caratterizzato da una pianificazione più dettagliata e meticolosa del nostro territorio, avremmo avuto una visione prospettica più adeguata alla realtà. Le nuove “location”, come tali, avranno durata breve: non è un mistero che anche la promozione turistica di una località si lasci influenzare dal mondo patinato dei format generalisti (sia quelli televisivi che quelli su carta stampata) e dai Vip del momento. Questo è uno dei motivi per cui le discoteche torneranno presto prepotentemente  alla ribalta: le feste private, a volte organizzate da starlette dello spettacolo, a volte da importanti aziende nazionali ed internazionali , rappresentano veri e propri eventi  glamour  a scopo pubblicitario: un ritorno massmediatico indiretto anche per le stesse località turistiche che ospitano l’evento. Da tempo dedico la mia attenzione all’evoluzione manageriale di  alcune discoteche che, a livello nazionale, hanno migliorato gli allestimenti scenografici, le tecnologie video e l’impianto luci. Senza dimenticare la presenza di numerosi servizi necessari: dall’impianto audio al bar, dal parcheggio al guardaroba, senza contare il personale che gestisce la sala e la security. Sono comunque strutture inserite a pieno titolo nel contesto urbano e “riconoscibili” da chiunque voglia raggiungerle:  è  la somma di vantaggi a carattere logistico con quelli strategici. Una fotografia che ricorda  come erano le discoteche jesolane negli anni ’80. Ma perché le discoteche sono da considerarsi fondamentali per la crescita dei flussi turistici? Immaginiamo, per un attimo, che una nota azienda (nazionale o internazionale) decida di organizzare un evento, una convention, un meeting. L’azienda ha bisogno di rafforzare la propria immagine: ad essa vuole associare un momento “emozionale” unico. Che cosa fa l’azienda interessata? Si mette alla ricerca di quella “location” che, oltre a fornirle tutti gli aspetti logistici e organizzativi, possa fornirle l’esclusività dell’evento, “l’esperienza” che dia la consapevolezza di vivere qualcosa di irripetibile. Una cena di gala o uno spettacolo musicale possono essere l’occasione per diventare uno strumento comunicazionale di grande interesse, se questo da, a chi partecipa, la sensazione di assoluto privilegio. Pensare ad una strategia di assoluto rilievo come quella descritta, fa comprendere che anche nell’attuazione di cambiamenti radicali (vedi PRG), l’approccio deve essere effettuato con la massima cautela.