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giovedì 2 dicembre 2010

Breve manuale sulle illusioni della modernità: come coltivare con la speranza un sano pessimismo e aiutare la politica a porre nel giusto modo la pietra angolare del suo pensiero.(Lettera del 22 febbraio 2009)

Egr. Assessore alla Sicurezza,

Ho deciso di scriverle questa lettera per affrontare con lei alcuni questioni riguardanti l’ordine pubblico, la sicurezza e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politico-amministrativa della città. Ma prima vorrei tentare di concettualizzare (spero di farlo in maniera opportuna, poiché non ho una profonda esperienza nell’argomentare le questioni di fede)  alcuni punti che potranno essere utili, mi auguro, come riferimenti per le questioni che le sottoporrò. Questo a distanza di quel consiglio comunale 8 2 marzo 2007) nel quale il cardinale Angelo Scola venne a parlarci della "vita buona".
“Nella speranza siamo stati salvati”dice san Paolo ai Romani. E’ questo l' inizio dell' enciclica del Papa sulla speranza. L' enciclica non è solo esposizione della speranza cristiana, ma anche discussione con l' Illuminismo, il marxismo e la scienza che hanno messo, negli ultimi tre secoli, le loro «utopie» al posto di Dio. Il   tempo moderno vive la speranza di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica fondata nella fiducia del progresso, sembrava esser diventata reale. Questa «fede nel progresso» ha sostituito la fede in Dio con i «concetti chiave di ragione e libertà” in epoca illuministica. Nella rivoluzione marxista, invece, l’errore fondamentale è stato quello di dimenticare l’uomo e la sua libertà. E, neppure la scienza contribuisce da sola a salvare l’uomo. Il Papa stesso, infatti, afferma: «La scienza può contribuire molto all' umanizzazione del mondo e dell' umanità. Essa però può anche distruggere l' uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Inevitabile pensare che il fallimento di queste grandi utopie imponga un ripensamento, ma anche un' autocritica dell' età moderna (ed  anche una necessaria autocritica del cristianesimo moderno, che «di fronte ai progressi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo» - si è «in gran parte concentrato sull' individuo e la sua salvezza» e «con ciò ha ristretto l' orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito, anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell' uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti».Come dire: neanche la Chiesa può chiudersi in sé stessa, come se fosse un corpo di eletti che custodiscono con discrezione la loro religione e guardano con astratta compassione l'avvento di una  cultura distruttrice): la promessa di un'eterna felicità, sempre dietro l'angolo, ha impedito all’uomo di vedere quanto il progresso perfetto altro non fosse che una menzogna. L’enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI è perciò un invito per tutti a “partecipare attivamente e con tutte le forze all’edificazione della città”. Come? Attraverso “l’allargamento” della ragione". E per realizzare ciò è necessario aver bisogno dell’allargamento della speranza. Se solo nella libertà è possibile vivere una vita umana., è necessario che vi sia anche una ragione in grado di “indicare la strada alla volontà” E questo può avvenire solo se la ragione stessa “guarda oltre se stessa” ossia se accetta il valore stesso della speranza come virtù operosa della ragione. Che cosa provoca la restrizione della speranza? Provoca l’atrofia della ragione e questo conduce sempre ad una mancanza di libertà che sfocia, appunto, nell’ideologia. Benedetto XVI corregge, nella sua enciclica, anche l’idea che la speranza cristiana abbia una valenza solo individuale, o perfino individualistica. Dalla speranza nascono infatti la “partecipazione alla giustizia” e la “responsabilità per l’altro”. Ma cos’è questa speranza? Per Benedetto XVI significa conoscere Dio (più laicamente, se vuole: una volontà disinteressata a contemplare e conoscere il mondo alla ricerca del suo significato). La conoscenza non è però solo un fatto intellettuale: arriva alla mente, ma non al cuore. Benedetto XVI cita l’esempio di Bakhita nata nel 1869 nel Darfur in Sudan (è lo stesso Papa che nella Spe Salvi prende questo esempio). A 6 anni viene rapita e fatta schiava. Maltrattata, seviziata, venduta, cresce “senza speranza e senza Dio” pensando di essere nata per fare la schiava del padrone di turno. Fin quando non la compra un italiano. Qui, in Veneto, Bakhita (il cui nome datole dai padroni significa “beata”) viene a conoscere Dio. Bakhita scopre di essere definitivamente amata e resa non più schiava, ma figlia. Che significato ha questo racconto? Semplicemente che “Noi abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio”. L’aver voluto ridurre la speranza negli stretti confini delle realtà, nell’umanamente realizzabile, escludendo la dimensione più alta della speranza ha determinato anche la riduzione della libertà. Da ciò nasce la vera causa dell’infelicità dell’uomo: la paura per il futuro. Il seme di tutte le incoerenze è nell'allontanamento di Dio (e della morale) dalla vita pubblica e privata; nel distacco dell'Europa dalla sua cultura e dalle sue radici. E, che rapporto ha tutto questo con la politica e la sua “pratica” amministrativa?. L’elemento distintivo della politica  è il fatto che essa deve  manifestare un futuro. La vita delle persone e delle aziende (il contesto va necessariamente allargato a tutta la città e ai suoi abitanti) non può finire nel vuoto. Senza una speranza che superi le delusioni quotidiane, il mondo diventa  buio ed il futuro oscuro. La speranza , come già evidenziato, non è individualista ma, al contrario, comunitaria. La religione non è un fatto privato. E così neppure la politica. Esiste perciò un rapporto che accomuna la religione ai valori e alla politica? Entrambe sono una straordinaria forza di vita, di senso, di speranza e di giustizia che realizza un estremo bisogno di orizzonti comuni. Bene e male non sono scelte soggettive. Sono appunto riferimenti e valori. Attualmente non si vede più un orizzonte di riferimento. E un riferimento è essenziale in tutti i campi. Ai valori non si può rinunciare se si vuole dare un senso all’impresa personale e collettiva, e una politica alta, non giocata sul mercantile commercio dei voti, ma sui "valori" che sono anzitutto rappresentati dalla dignità dell’individuo e delle formazioni sociali, e, in secondo luogo, dalla qualità della vita per tutti. L’ideologia non è scomparsa: entrambe le coalizioni riflettono ancora una "visione totale" del mondo, in cui si pensa che con la "ragione" si possa spiegare tutto. Pretendere di cambiare tutto con la "potenza della ragione", la cosiddetta "visione totale" costringe la realtà e l’etica a piegarsi alla "ragione e all’utile " dell’uomo. Il "no" all’ideologia interpreta anche un opposizione ai piccoli gruppi e ai "particolarismi" che crescono continuamente sotto i nostri occhi. Non un’ideologia, né una rinuncia ad ogni orizzonte comune, per chiudersi in una "logica particolaristica": bensì dei "valori" di riferimento rispetto a cui porsi in una continua verifica critica di sé stessi, sotto il giudizio di un parametro "etico" o, per il credente, sotto il giudizio di Dio: la coscienza di un politico non è un fatto privato ma, al contrario  ha una ben precisa evidenza pubblica. Come dire: unire sempre la fedeltà alla terra e quella al cielo. Il criterio della Chiesa é il "crocefisso": i "valori" rappresentati dalla croce - la fedeltà all’uomo, alla dignità dell’uomo, al senso della vita, alla giustizia, alla salvaguardia del creato, alla pace - non debbono essere disattesi nella "politica. Il compito di credenti e non credenti è quello di sforzarsi nel ricercare la verità.   ( "La verità vi farà liberi" è una frase contenuta nel Vangelo). Ma, che cos’è la verità? La verità ha un posto importante nelle nostre vite: misura la corrispondenza di ciò che diciamo ai fatti o alle necessità della logica da cui non possiamo prescindere. La conoscenza del mondo, la scienza, ma anche la vita pratica, ruotano intorno alla verità. La verità ha quindi ha una grande utilità.  La verità dei fatti non è solo utile, ma testimonia anche dell'integrità degli esseri umani. L'esigenza di esattezza nello stabilire un dato statistico ( ad esempio il numero di arrivi o presenze il numero di persone in stato di bisogno) hanno bisogno di accuratezza e attenzione. Anche quando piccole imprese artigianali e commerciali falliscono. Non è lecito sbagliarsi neppure di uno, poiché noi (nel noi è compresa anche la politica) siamo custodi dell’economia e della società (e quindi della comunità di persone alla quale noi stessi apparteniamo). L’incertezza sui numeri inclina alla concretezza del mondo, offusca la verità, spinge verso l'indifferenza (uno, cento, mille, che differenza fanno?).La verità è fedeltà verso gli esseri umani e la falsità non è un mero errore nella rappresentazione delle cose, ma è una forma di tradimento. Si potrebbe affermare che Dio è verità.  La verità non è qualcosa che si possiede, un oggetto di cui si possa disporre, come un microfono o un comunicato stampa (utile peraltro ad alimentare il chiacchiericcio mediatico) . Non si dispone della verità : al massimo la si osserva. Servire la verità è, alla fine, l'atto più onesto che la nostra intelligenza possa compiere, perché significa aderire ad essa, non comandarla. Se io pensassi di possedere la verità assoluta, allora considererei gli altri come superflui rispetto alla mia ricerca; la verità è sempre davanti a me e non la supero mai.. Chiunque mi viene incontro è in qualche modo un portatore di verità e la mia fatica è di ascoltarlo .Noi tutti veniamo da un'epoca nella quale tutti avevamo una sorta di ottimismo del progresso: sembrava che non dovesse mai finire: 40 -50 anni di progresso ininterrotto. C’erano grandi ragionamenti che spiegavano tutto, che spiegavano il mondo. Oggi la grande tentazione è, come ho già citato, di non avere più speranza, quindi di non credere più nella possibilità di quello che ci veniva raccontato ovvero che si poteva progredire nel cammino verso le verità. Non siamo in grado di accettare, alla fine, che la verità è qualcosa o qualcuno che continua a inquietarci tutti. Come dire: non vorremmo più essere responsabili verso la verità. Vorremmo possederla sempre e non servirla mai. Che cosa rappresenta,alla fine, questa verità? La verità è quella che chiamiamo etica: la verità e la responsabilità per gli altri sono inseparabili. Mi spiego meglio: da come decidiamo di vivere le nostre vite (ovvero se tutti cresceremo come individui verso la verità) dipenderà il nostro destino. Vuol dire decidere la nostra stessa sopravvivenza: potremmo conoscere nuovi secoli di barbarie (l’Olocausto, alla fine, non ha insegnato proprio niente?) o,interpretare un nuovo ottimismo nelle possibilità dell’uomo. Vede, sono anch’io un uomo come gli altri che si alza mattina e nonostante i problemi quotidiani, prova a sforzarsi nel credere che la realtà vada affrontata con ottimismo e buon umore, anche se le piccole speranze (quelle quotidiane) portano rapidamente a subire delusioni. Ma questo non mi impedisce di pensare che le speranze di una vita sono sempre grandi e che ciò accende e amplia il mio senso di libertà. Senza questo pensiero la mia ragione sarebbe inutile e la verità non camminerebbe. Che cosa succederebbe se la verità non camminasse più? Comincerei a non pensare, a non pormi più domande. Mi sentirei tranquillo, arrivato alla meta finale della mia vita. Praticamente un cadavere ambulante. Vorrei dirle (ma lo dico anche alle persone con cui parlo): Luvisotto è uno che ti rompe le scatole, non ti fa sentire in pace quando lo conosci. Qualcuno mi dice, poi, indirettamente, che l’ho aiutato a riflettere (per poi tornare alle piccole ed  ordinarie speranze di tutti i giorni). E allora ti chiedi per quale motivo tu diventi un cercatore, uno che si fa tante domande perché desidera infinitamente che  la ragione si accenda e cominci a funzionare in un modo nuovo e gli altri, al contrario non accettino qualcosa o qualcuno che li turbi e li inquieti. Io rispetto la libertà altrui, cerco di stimolarla, ma non posso mai sostituirmi agli altri. Insomma, mi sembra difficile capire per quale motivo non si accendono passioni nei cuori delle persone! Eppure mi sento assalito dalla realtà…ho l’impressione che la realtà si stia deformando e che la politica e le istituzioni siano la risultanza di troppi “purtroppo è così” da parte della gente. Come dire: questa è la realtà e nessuno può modificarla, quantomeno in peggio. Sembra quasi che nessuno, nella propria vita, non riconosca più il valore comunitario della speranza: la ragione giace sdraiata su un lettino in spiaggia a prendere il sole (....la speranza di diventare abbronzati?E che speranza è mai questa?). L’amore per la vita  non vuol dire che l'amore stesso è un essere arrivati…. Ecco  non lo auguro a nessuno: nel momento in cui ci sentiremo arrivati, non penseremo più. So di non fare un discorso facile ma, come vede, non sto trattandola neppure come una persona (in quanto Assessore) che bisogna soltanto accarezzare e blandire. Le sto solo dicendo che “governare innovando le istituzioni e la realtà che ci circonda” è un compito difficile e complesso. Ma proprio perchè "difficile" sembra dirci "seguimi". Al contrario, voglio dirle (ma il ragionamento va allargato a tutta la Giunta) che ogni volta che si prendono decisioni amministrative (e, perciò politiche) si decide responsabilmente “di portare una croce” ovvero di difenderne i valori. Far coincidere una scelta amministrativa con la sola ragione vuol dire che essa, poi, sarà capace di dare risposte a tutte le domande. Io credo che la vera ragione, la ragione esercitata fino in fondo, è quella che arriva a rendere ragione del fatto di non poter dare ragione di tutto. Se la ragione non è una ragione totalizzante, imprigionante, si apre, nello stupore, al mistero, all'inquietudine e alle domande che sono poi il vero nutrimento della ricerca di verità. L' utopia e l' ideologia, torno a ripeterlo, sono due modi di semplificare la realtà ma anche di sfuggirla; due surrogati della verità che portano all' intolleranza e alla prevaricazione degli altri. Agire in un contesto amministrativo significa accettare di fare i conti con la realtà, La politica radicale e intransigente, che si ispira al “nuovo”, esclude il compromesso e rifiuta la discussione, diventa assoluta e totalizzante. Mi pare di aver inquadrato una serie di questioni che hanno una loro attinenza con la politica e gli organi di partecipazione (i cosiddetti Comitati di Zona).
Il 23 gennaio 2009 si è svolta una riunione del Comitato di Piazza Mazzini (da quanto mi è parso di capire) per discutere delle questioni inerenti agli orari di chiusura estivi di attività (non si è capito se riguardassero la somministrazione oppure l’asporto….poi mi è stato riferito che la riunione era una sorta di audizione nei confronti delle parti interessate) al fine di risolvere i problemi di decoro, rumore e quant’altro che si verificano in piazza durante le ore di attività serale e notturna. Qual è stata la prima impressione (tengo a precisare che considero il Presidente del Comitato ed i membri del direttivo degno di stima e considerazione)? Che il dialogo fosse tra “alieni” e “arrabbiati” (anche se tutti hanno esercitato il loro atto formale nei confronti di responsabilità, rispetto, educazione, ecc. ). Ovvero: un gruppo che tentava di esercitare l’esercizio della persuasione etica (ha presente quando il medico batte sulla rotula del paziente e ottiene come risposta il movimento della gamba?L’invito non è a persuadere, quanto a fuggire…il riflesso non è infatti persuasione) senza accordarlo ed articolarlo su un piano di logica, un altro gruppo che, convinto di conoscere poco l’argomento (in verità mai discusso e approfondito), riteneva bassa la soddisfazione per come veniva gestito in competenza. Quale poteva essere il risultato finale? Usando un aneddoto: “il motivo per cui la vendita delle bottiglie possa essere proibita dalla legge con un ordinanza è tuttora poco chiaro e alcuni partecipanti hanno ritenuto che il Comitato (interpretata la suprema legge etica  dei cittadini residenti che esso rappresenta)  suggerisca semplicemente di non bere in taluni locali dopo una certa ora”. E il sottoscritto, che pure ha tentato di abbozzare una proposta si è sentito “rifiutare” una discussione in merito. Come sentirsi una sorta di Fantozzi:  il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità …..Naturalmente sto scherzando (un po’ di buonumore non guasta mai..) ma il ragionier Fantozzi è un'iperbole vivente, un eccesso, in cui l'umanità del personaggio è sopraffatta dalle immani disgrazie che lo investono e a cui non reagisce minimamente. Il comune denominatore di tutte le vicende vissute da Fantozzi è, appunto, la totale inerzia innanzi al destino, l'impossibilità di poter cambiare la sorte avversa. Se Dio, però, dovesse fare i miracoli (cioè influenzare la vita degli uomini), la conseguenza inevitabile sarebbe che gli uomini diventerebbero più timorosi e più pavidi. Dio vuole invece  "uomini liberi"che pensino... La politica totalizzante  può sicuramente far comodo. Come dire: si può accettare tutto ciò che non compromette veramente. Io credo invece che, quando si ha a che fare con le questioni che riguardano la vita di tutti, si ha a che fare col fuoco. La grande comodità delle ideologie è che ti tolgono la fatica del pensare, ti fa essere come un cane che sta al guinzaglio del suo padrone. Ma la politica non può essere così. La politica deve essere ricerca attenta ed equilibrata del consenso. In generale, non mi piace pensare però ad un politico contabile che misura  l’utile (e l’inutile) con il bilancino del farmacista per ottenere poi il massimo beneficio dalla situazione. Meglio un politico che scruta fino in fondo il problema e poi ti spiega in base alle sue convinzioni quale sia veramente la soluzione da adottare. Oggi esiste uno smarrimento diffuso della società (ne ho ampliamente discusso in precedenza). L’origine di fatti inquietanti di cronaca (atrocità commesse all’interno della famiglia, delitti consumati per futili motivi o per denaro, violenze contro donne e indifesi) indicano come stia svanendo il senso della vita. Qual è il significato di tutto questo? E’ l’allontanamento di Dio (la sua ricerca) dalla vita pubblica e privata: il distacco dell'Europa dalla sua cultura e dalle sue radici.
Torniamo alla riunione del Comitato e, contestualmente, alla definizione di partecipazione. I due punti cardine sono: a) coinvolgimento delle persone b) un insieme di comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico (ovvero le sue decisioni). Dalle due definizioni risulta chiaro che la gestione di un comitato (il problema non mette in discussione i presidenti o i membri del direttivo) non può esaurirsi nel contingente, senza finalismo e senza progetto: se le scelte attive dei cittadini diventano povere  di senso è altrettanto evidente che il comitato si è fatta avaro di soddisfazione per i cittadini (mi pare che, quella sera, eravamo presenti in 15 -16 persone). Se la politica riduce i comitati ad una sorta di luogo dove l’azione delle scelte diventa solo un alibi per modulare e neutralizzare contrapposizioni e dibattiti sulle questioni che riguardano la città, è evidente che tale luogo, per i vari ragionamenti già esposti, diventa la negazione stessa della speranza. Con l’immediata conseguenza che il dibattito latita o si riduce solo ad un confronto di moralità pubblica. L’Esodo biblico (per tornare ad esempi più chiarificatori) rappresenta l’origine del Principio di Speranza. E’ sostanzialmente il  paradigma della politica, delle scelte come presa di coscienza e partecipazione attiva; quando il popolo d’ Israele attraversa il deserto, esso stesso compie un atto di responsabilità: il simbolo stesso del processo verso la libertà e la democrazia. Di fronte, poi, alla coscienza della propria identità e al rischio conseguente di perdere la stessa libertà, impigrendosi nell' indifferenza e nell' incapacità a migliorarsi, gli israeliti realizzarono l’Alleanza con Dio affinché il mondo e la libertà fosse fondata sulla legge ovvero sulla fedeltà a Dio.  Che cosa è mancato nella riunione del Comitato (il problema, però, si trascina da tempo)? Lo riassumo, per sintesi e completezza in alcuni punti: a) inutilità del valore di azione attiva: i problemi hanno un significato, delle possibilità concrete e una meta; b) carenza di capacità relazionale : un aspetto che non dipende dai nominati ma da come si è costruito, fin dall’inizio, l’architrave su cui poggiano i Comitati. Pochi hanno capito che il futuro di questa città si misurerà attraverso la disponibilità dell’altro ad ascoltarci. Rispetto, responsabilità reciprocità e riconoscimento sono le uniche logiche per dare profondità, risonanza e rilevanza alla prospettiva di nuovi progetti; c) mancanza ( soprattutto del coraggio di sentirsi liberi) di idee e disponibilità a pensare il mondo dal punto di vista della sua trasformazione e che questa si realizzi attraverso il senso della tradizione e del passato (il progetto della piazza, per fare un esempio); d) responsabilità ovvero volontà di parlare dei luoghi della città e da questi definire il valore del concetto di cittadinanza (che non significa né sentirsi come Fantozzi, ovvero manifestare sudditanza nei confronti della Pubblica Amministrazione e neppure sentirsi clienti del "mercato"). Su questo aspetto l’Amministrazione dovrà raccogliere il testimone di questa sfida, ovvero aiutare a crescere in libertà i Comitati;  e) rispetto ovvero legame forti e, soprattutto emozioni condivise; f) riconoscimento. La città non è solo un fatto di consumo ed uso privato. Pensarlo vuol dire impoverire il dibattito, limitando l’idea stessa di libertà; g) reciprocità. I doveri, la lealtà e le virtù civiche nascono dalla partecipazione e dalla dedizione al bene comune; h) informazione. L’informazione come strumento di stimolo e consolidamento della partecipazione politica attiva dei cittadini alla vita comunitaria. Tornando al tema della sicurezza, è innegabile che questa costituisca un diritto primario e una componente indispensabile della qualità della vita e che vi è l’esigenza che tale diritto sia garantito. Spesso (mi è capitato di sentirlo spesso tra vari politici e rappresentanti di Comitati), il tema della sicurezza viene fatto comprendere (anche se non coincide) con quello dell’ordine e della sicurezza pubblica: dovremmo però comprendere che la sicurezza riguarda più complessivamente la qualità della vita delle persone residenti in un dato ambito di territorio, alla cui base vi è la rete dei valori e dei servizi che contribuiscono a definire l’identità civica nella quale la comunità locale si riconosce. Ed i problemi di vandalismo (..ancora un richiamo alla spe salvi!!) riguardano la capacità di innovare il cuore delle istituzioni. Le leggi sono prescrittive e alla fine, la “violenza” è soltanto “perdita di speranza” e “limitazione dell’uso della ragione”. Nuovi modelli di sicurezza, quindi, che sappiano affiancare i necessari interventi per la tutela e il ripristino dell’ordine e della sicurezza pubblica con iniziative atte a favorire la vivibilità del territorio e la qualità della vita, coniugando prevenzione, mediazione dei conflitti, controllo e repressione. La competenza, invece, in materia di ordine e sicurezza pubblica e di contrasto alla criminalità appartiene allo Stato che la esercita in termini generali attraverso il Prefetto  quale autorità provinciale di pubblica sicurezza mentre è compito delle Amministrazioni comunali rappresentare le istanze dei suoi cittadini che vivono sul proprio territorio e assumere tutte quelle iniziative di prevenzione sociale e per la vivibilità e qualificazione dei luoghi di vita che possono contribuire a ridurre i fenomeni di disagio ed i comportamenti devianti. Su quest’ ultimo punto si possono realizzare Protocolli d’intesa con la Prefettura per realizzare programmi “personalizzati” di intervento e di collaborazione reciproca. Penso a tre aspetti importanti: a) Il Comune si impegna a fornire alla Prefettura tutte le informazioni amministrative, correlate alle procedure autorizzatorie degli esercizi pubblici e commerciali, utili per la attività di prevenzione, di indagine e di contrasto alla illegalità;b) a segnalare alla Prefettura ogni eventuale situazione di disagio sociale e di degrado urbano in atto; c) II Comune inoltre mantiene il proprio impegno, peraltro già contenuto nel Progetto sopra citato, a collaborare con le forze dell'ordine tramite il Corpo di Polizia Municipale, secondo le modalità e i limiti previsti dalle normative vigenti. II tipo e la quantità dei servizi da svolgere verranno concordati periodicamente con il Questore in sede di Coordinamento Interforze, a cui la Polizia Municipale partecipa attraverso il Comandante o il Vice comandante.La Pubblica Amministrazione può tentare di definire e programmare lo sviluppo della città nell’ottica della sicurezza e della vivibilità per i cittadini, attraverso la propria progettualità. Per  interpretare la città nella logica della agibilità sociale e della riconoscibilità dei luoghi; (reimpostazione della pubblica illuminazione e della fisionomia degli spazi pubblici e condivisi come aree verdi,strade, piazze etc.) è necessario che (come ho già relazionato in precedenza) che i comitati “impattino” positivamente con l’Amministrazione (il problema reale e che, invece, si siano, per così dire “afflosciati” (Anche qui, la spe salvi è determinante per coglierne i motivi). Per quanto riguarda il “progetto” dell’Amministrazione si può spaziare in varie tematiche (l’importante è che siano tra loro coordinate): a)  realizzazione del Rapporto sullo stato della sicurezza della città con i seguenti contenuti: aggiornamento della statistica sulla delittuosità di strada; b) analisi e approfondimenti specifici su particolari reati che coinvolgono più di frequente cittadini e turisti; c) sondaggio di opinione sui problemi inerenti la sicurezza e l’immigrazione; d) progetto vigile di quartiere e analisi dell’attività svolta nonché delle azioni di prevenzione effettuate; e) realizzazione di iniziative per rendere più visibili i vigili di quartiere, e più chiaro ai cittadini il loro ruolo; f) allontanamento entro 24 ore delle carovane nomadi e dei camper insediati abusivamente, in collaborazione con le forze dell'ordine; g) progetto manutenzione impianto di illuminazione; h) iniziative per la sicurezza e la vivibilità del territorio, valorizzando il coinvolgimento dei comitati e degli extracomunitari; i) conferma nel bilancio annuale delle risorse assegnate al “Progetto Sicurezza”; l) iniziative di promozione all’educazione della legalità; m) realizzazione di conferenze pubbliche, con la presenza di importanti cariche istituzionali; n) reazione di una consulta degli immigrati e dei cittadini stranieri al fine di realizzare una maggiore e proficua collaborazione anche sul fronte dell’ordine pubblico e della sicurezza; n) progettazione di una campagna promozionale per responsabilizzare ad un uso "civico" della città (rifiuti, imbrattamenti, animali, ecc.); o) iniziative di informazione con iniziative mirate (anziani, studenti, ecc.) su truffe, e scippi/borseggi/rapine; n) iniziative di recupero di spazi e zone deqradate della città; p) programmare lo sviluppo della città nell’ottica della sicurezza e della vivibilità per tutti i cittadini e le cittadine (e questo aspetto mi sembra il più importante). Il concetto di sicurezza urbana e la relativa domanda di sicurezza includono anche molti fenomeni connessi al disagio dei cittadini nell’uso degli spazi pubblici. L’idea principale è che la sicurezza di una città si raggiunge attraverso un controllo spontaneo del territorio da parte dei cittadini. Qual è la natura della relazione tra sicurezza e spazio pubblico? La sicurezza è legata alla vitalità delle piazze e delle vie ad esse collegate: i cittadini sono pertanto i primi tutori della sicurezza. Non solo. Il cittadino, identificandosi con lo spazio dove vive e abita , difende e rispetta il “suo” territorio. Ciò richiede una città organizzata in modo che vi siano strade ricche di attività e frequentate edifici e aree (in particolar modo le piazze e le aree contigue alla spiaggia ) concepite in modo che gli abitanti possano avere un rapporto visivo diretto con lo spazio pubblico. L’identificazione dei cittadini con il loro territorio richiede di creare spazi ben definiti, di buona qualità ambientale, che favoriscano i rapporti sociali e gli incontri, evitando l’anonimato dei grandi casermoni, le terra di nessuno, gli spazi senza caratterizzazione e qualità. Questo significa che:a) la chiarezza nell’organizzazione degli spazi e la visibilità dei luoghi, incidono fortemente sulla sicurezza e sulla percezione della medesima;b) per migliorare la sicurezza bisogna evitare gli spazi “morti” (senza vitalità), nascosti o indefiniti, perché gli atti di vandalismo e di criminalità tendono a concentrarsi in questi luoghi;c) le situazioni e sistemazioni temporanee (cantieri, recinzioni, deviazioni) creano non solo disagio, ma anche luoghi potenzialmente pericolosi; è necessario quindi progettare e curare anche in termini di sicurezza le sistemazioni temporanee durante i cantieri. Oggi ciò che è semplicemente un’area privata sulla quale esercitare il diritto di costruire domani diverrà un nuovo pezzo della città, con le sue case, le sue strade e piazze, le sue aree verdi. Potrà essere bello o brutto ma sarà certamente un nuovo spazio pubblico da governare e al quale fornire servizi. Nei nuovi interventi occorre fare in modo che le situazioni di degrado, laddove esistono, siano eliminate ed evitare di creare condizioni che l’esperienza ha dimostrato essere foriere di disagio e insicurezza, anche a garanzia del successo economico della proposta edilizia. il tema della sicurezza nelle città va inoltre affrontato a diverse scale. Ad ogni scala corrispondono aspetti diversi di sicurezza e si devono affrontare problemi differenti: A) alla grande scala, nella fase in cui vengono decise funzioni e attività, si va ad incidere sulla vitalità dei luoghi alle diverse ore del giorno e della settimana e pertanto viene deciso implicitamente il livello di sorveglianza spontanea; B) a scala intermedia, allorché vengono definite la struttura degli spazi, le ubicazioni e l’uso dei diversi piani, la struttura del verde, la viabilità e i parcheggi (interrati o di superficie) si va ad incidere sulla possibilità ed efficacia di sorveglianza spontanea o semi-strutturata e sulla identificazione con i luoghi da parte dei fruitori;C) alle scale di dettaglio, allorché si definiscono pertinenze private, spazi semi-pubblici, recinzioni, percorsi, ingombri, alberature, illuminazione, arredo urbano affacci e ingressi, si va ad incidere sulla visibilità e trasparenza degli spazi, sull’immagine e il comfort dei luoghi (che influiscono sulla sensazione di sicurezza/insicurezza delle persone), sulla propensione al degrado (che ingenera disagio e sensazione di insicurezza). E’ importante ricordare che sono le attività, il loro “mix” e i movimenti ad essi legati a dare un contributo concreto alla sorveglianza spontanea degli spazi. Al di là dell’attenzione all’estetica urbana, la progettazione dei luoghi deve essere finalizzata all’utilità e alla comodità di chi ne abbisogna, in modo da renderli effettivamente adoperati e quindi generare il movimento che sta alla base della sicurezza nelle città.  L’attenzione alla sicurezza deve essere perciò presente fin dalle fasi iniziali in tutti i livelli di pianificazione e progettazione nell’ambito urbano: piano strategico, piani e progetti di infrastrutture, piano regolatore, piani settoriali (commercio, verde, insediamenti produttivi ecc.), piani e programmi urbanistici,programmi di riqualificazione urbana, progetti di grandi attrezzature urbane, di centri commerciali, di insediamenti terziari e residenziali, progetti dettagliati di parcheggi,parchi, giardini e spazi pubblici. Un altro tema (interessante da affrontare) che emerge dalle esperienze maturata è quello delle attività e dei ritmi d’uso dello spazio urbano. Questo è uno degli aspetti meno approfonditi dalla progettazione urbana a tutte le scale di intervento, per la consuetudine dei progettisti a focalizzare l’attenzione principalmente sullo spaziofisico. E’ importante ricordare che sono le attività, il loro “mix” e i movimenti ad esse legati a dare un contributo importante alla sorveglianza spontanea degli spazi. L’individuazione delle attività adatte ad insediarsi in uno specifico luogo, richiede lo studio delle “popolazioni” (residenti, turisti, visitatori, persone in transito, giovani, anziani, donne, studenti ecc.). Per concludere, alcune considerazioni specifiche sul progetto di Piazza Mazzini (non sono né un architetto e neppure un urbanista: mi scuserà fin d’ora se riscontrerà qualche incongruenza nelle mie riflessioni).  Il progetto urbanistico (a mio modo di vedere) di Piazza Mazzini non riguardava solamente il riuso di una grande spazio sociale (la piazza) , ma era chiamato ad assumere, per le caratteristiche e dimensioni dell’area, un ruolo importante per la riqualificazione dell’immagine e il miglioramento della qualità della vita dell’area circostante. In termini di sicurezza questa riqualificazione era importante per aumentare il senso di identificazione degli abitanti e delle attività presenti nell’area , in quanto il cittadino difende il territorio che sente proprio e sviluppa meccanismi positivi di controllo spontaneo. La realizzazione della piazza ha invece aumentato il senso di estraneità della gente, rifiutandola; gli abitanti sentono di appartenere ad una parte isolata della città; ciò crea problemi personali e sensazione di insicurezza profonda. Se la piazza (non conosco le intenzioni dell’Amministrazione Comunale) venisse, poi, pedonalizzata, escludendo qualsiasi attraversamento veicolare, questo creerà un isolamento del quartiere rispetto al cosiddetto “contorno”: si ridurrà il movimento complessivo, creando quindi una desertificazione delle strade. L’eccessiva riduzione del traffico riduce la possibilità di sorveglianza spontanea da parte dei cittadini. Per quanto riguarda le funzioni, vi è, inoltre,un utilizzo promiscuo dell’area dove non vi è una netta distinzione tra zona adibita alla residenza e all’alberghiero e le attività commerciali rivolte particolarmente ai giovani. Ciò è positivo poiché non crea dei vuoti di vitalità nel tessuto urbano. La piazza però possiede un mix di attività che presuppongono un diverso ritmo di utilizzo dello stesso spazio fisico. Le aree a destinazione alberghiera, residenziale e  commerciale, dopo un certo orario, possono diventare luoghi di attività vandaliche, che anche se di piccola entità, inducono un generale senso di disagio e di insicurezza. Per la vitalità della piazza e, quindi per la sicurezza diffusa, sarebbe meglio non utilizzare limitazioni di orario. Sarebbe stato meglio (la deregolamentazione prodotta dalla legge Bersani ha creato problemi di natura commerciale per quanto riguarda la redistribuzione delle attività. In ogni caso, in fase di progettazione le funzioni vanno analizzate e approfondite) avere un mix di attività commerciali e di servizi “spalmati” lungo aggregazioni lineari (strade) piuttosto che concentrarle in un unico tratto che unisce la piazza alla spiaggia (polo o centro commerciale). La rete stradale della piazza è basata su una accessibilità  che permette al movimento veicolare di “ruotare intorno alla piazza stessa, dividendola (se si considera la parte centrale a senso unico)  in due aree. Ciò permette una buona sorvegliabilità  poiché  riduce l’utilizzo della piazza e conseguentemente il numero di atti di microcriminalità e vandalismo. Una trama stradale continua è necessaria per creare continuità di flussi e permeabilità della piazza e quindi condizioni migliori di sorveglianza spontanea e sicurezza. Lo spazio della piazza rappresenta un “indistinto” e come tale, è “permeabile”: ciò permette a chiunque voglia “utilizzarla” di passare, indistintamente, da una parte all’altra, determinandone un uso “invadente”. Ciò determina, appunto, episodi di vandalismo in aree con altri ritmi di utilizzo ed attività. La mancanza di evidenti spazi verdi interni alle due arre pedonalizzate e lambite da viabilità locale ai lati determina un movimento della clientela “notturna” esteso a tutta l’area della piazza. La presenza di aree verdi organizzate (in modo tale da non creare neppure una frattura nelle relazioni della piazza) può diventare elemento indispensabile per consentire una sorveglianza spontanea e organizzata. Credo inoltre che sia facilmente dimostrabile che l’attuazione di qualsiasi intervento urbano crea problemi di sicurezza, perché determina situazioni temporanee di confusione e disagio per i cittadini, che favoriscono l’insediarsi di fenomeni criminosi. Pertanto le esigenze e i vincoli sono tali che le modalità, le fasi e le sequenze di realizzazione devono essere considerate già in fase di progettazione, di qualsiasi piazza, perché influenzeranno sicuramente l’impianto urbanistico e le caratteristiche dell’edificato. Ciò dimostra che vi debba essere una stretta collaborazione, in fase di realizzazione delle piazze, tra i vari assessorati. In particolare tra l’assessorato ai lavori Pubblici, l’assessore alla Sicurezza e l’assessore al commercio ancor prima di rendere attuativo un qualsiasi progetto di realizzazione di una piazza. L’importanza e la necessità di collegare, nel rispetto delle competenze, interventi sociali, urbanistici, di controllo e di repressione è importante per permettere di incidere al meglio sul tessuto cittadino; ma anche per dare risposta alle richieste di maggiore sicurezza da parte dei cittadini, delle categorie economiche e del mondo del lavoro. Ciò introduce, naturalmente, un’altra questione: non bisogna confondere la riqualificazione come una pratica edilizia come il recupero. Il concetto stesso di riqualificazione implica un approccio integrato ai problemi del territorio e presuppone una domanda di qualità (qualità ambientale, qualità delle relazioni umane,qualità della vita urbana) che non può essere soddisfatta soltanto da interventi edilizi, siano pure di intelligente recupero delle preesistenze o di opportuni inserimenti di architettura contemporanea. La qualità urbana è qualcosa che riusciamo a definire soltanto facendo ricorso alla sociologia, all’antropologia, alla storia… e spesso aiutandoci con esempi del passato (le confesso che ho provato a riflettere sui problemi della piazza, solo quando qualcuno, anzi più d’uno, mi ha detto che la piazza “precedente” era migliore, “più bella”). Credo che tutti noi dobbiamo guardare avanti e dobbiamo fare presto, perché il degrado delle città, in generale, è sotto gli occhi di tutti. E’ un processo inarrestabile se non riusciamo ad agire sulle sue cause (che, ritengo, siano determinate da una scarsa partecipazione progettuale (il filo invisibile lo lega, quasi a fare da contrappunto, alla “spe salvi”…). Perché è in atto un massiccio esodo dalle città maggiori, che negli ultimi dieci anni hanno perso mediamente il 10% degli abitanti, ma sostanzialmente a favore dei comuni limitrofi. Perché? Per un processo di graduale disaffezione al modello metropolitano, che è andato caricandosi di una serie di connotati negativi, dovuti alla congestione del traffico, all’inquinamento, al degrado degli spazi pubblici, al senso di insicurezza causato dalla microcriminalità al disagio di un difficile assorbimento delle minoranze e dell’immigrazione. Le città sono, inoltre, soggette ad un maggiore consumo, ad una usura senza precedenti, perché non compensata dalla cura dei residenti, che spesso in alcuni quartieri diventano minoranza. Se a questo aggiungiamo il fattore invecchiamento della popolazione residente, ci troviamo di fronte ad una situazione che in pochi anni ha completamente cambiato la composizione della popolazione e l’immagine stessa delle città, trasformate spesso in un grande centro commerciale. Città che perdono la loro identità locale a favore di una progressiva assimilazione al modello globalizzato dei consumi (ma la Lega non è forse una forza politica che difende l’identità?). Città che si volgarizzano nell’immagine sempre più uniforme degli esercizi commerciali e dei locali di intrattenimento e che favorisce il diffondersi di comportamenti di indifferenza ai luoghi. La pianificazione urbanistica non può più essere concepita come una disciplina separata che si limita a definire regole e norme per gli interventi edilizi, ma deve farsi carico del progetto di trasformazione della città in un quadro di iniziative coordinate con la programmazione economica, sociale, culturale ecc, puntando anche alla concertazione con i privati, ma sempre nel quadro di una strategia di obiettivi irrinunciabili di interesse pubblico. Occorre quindi un salto di scala per affrontare le politiche urbane in una visione integrata che si ponga seriamente l’obiettivo di una crescita complessiva della qualità, in tutti i servizi al cittadino e al turista ma anche nelle azioni di semplice manutenzione degli spazi pubblici. Perciò è necessario ripensare le politiche mirate alla riqualificazione non più o non solo come azioni episodiche che si limitano a sanare una situazione circoscritta, ma come scelte strategiche che guidino il processo di continua trasformazione della città verso degli obiettivi di accrescimento complessivo della qualità urbana.

La crisi (forse) tiene botta ma la lotta alle zanzare no (Lettera del 26 maggio 2009)

Egr. Ass. Renato Meneghel,

La crisi "morde" ma le zanzare non sono da meno....Sono già arrivate, silenziose, invisibili, implacabili. Forse qualche caso sporadico ma a giugno e luglio sarà boom di presenze (mi riferisco ovviamente agli insetti, non ai turisti). Ma, perchè l'Amministrazione Comunale dovrebbe interessarsi ad un eventuale monitoraggio delle zanzare?Perchè danno fastidio alla gente? Perchè assomigliano un pò alla politica ( si fa finta che non esistano perchè, alla fine, ci si arrende all'idea che non si potrà mai prenderle)? Una verità "politica" esiste: la lotta alle zanzare si realizza solo con il coinvolgimento attivo di cittadini ed istituzioni. Vede, il nostro territorio non ha ancora evidenziato livelli di emergenza europea come nel 2008 in alcune aree contigue (penso alla provincia di Ferrara, in particolare). E' vero, però, che per prevenire e controllare eventuali malattie infettive trasmissibili all'uomo attraverso la puntura di alcuni tipici vettori di malattia, come la zanzara tigre (West Nile e Chikungunya), sono necessari meccanismi di lotta complessi e fortemente integrati tra pubblico e privato. L' allegato, "l'Albergatore Disinfestatore" rappresenta alcuni modesti consigli sul problema.

mercoledì 1 dicembre 2010

Lettera del 18 gennaio 2009. La situazione dell'illuminazione pubblica nel comune di Jesolo. Efficienza al palo?

Egr. Assessore ai Lavori Pubblici,

Non posso che esserle naturalmente grato per il rapido intervento riguardante la risoluzione del guasto tecnico all’illuminazione compresa nel tratto tra Largo Augustus e Piazza Mazzini. Quel breve tratto di strada verso il cuore ed il salotto della città (Piazza Mazzini) emanava, da circa 30 giorni, un po’ di brividi “vampireschi”: un ambientazione utile per attirare il maggior numero di fan dei vampiri. Provi ad immaginare….Centinaia di lettere e di e-mail di persone interessate a visitare la nostra città….carovane di pullman di turisti equipaggiati con finte dentiere dai canini sviluppati e mantelli…Tanto da far sognare ad un summit di operatori turistici disposti ad organizzare eventi a base di mistero. In fondo anche la crisi azzanna e succhia il sangue come un vampiro!! La fantasia, si sa, egregio assessore, ha i suoi limiti e, pur tuttavia anche la realtà sembra privilegiare il mistero. Onde per cui, mi sono attrezzato anch’io come un vampiro moderno: quando leggo, infatti, le cronachette locali indosso un paio di occhiali scuri al fine di evitare che l’irraggiamento luminoso degli articoli (molto spesso trasposizioni di comunicati stampa poco ponderati) possano bruciarmi la retina. Nel suo caso ho invece preferito, per così dire, “rischiare” ( mi riferisco all’articolo pubblicato sulla NUOVA Venezia di giovedì 15 2009, pag. 30 dal titolo: “Nuovi punti luce a basso consumo”) perché il problema dell’illuminazione di una città è un fatto maledettamente serio e, visto che l’articolo era per così dire “relegato” (probabilmente per una gestione razionale dell’informazione da parte del giornale stesso) in basso a sinistra (11,5 cm per 9 cm) mi ha fatto sinceramente ritenere che il contenuto del comunicato stampa, di poche righe,  contenesse una linea politica chiara o, se ben vogliamo, anche una gestione coerente e razionale del problema. Cito la fonte: “Jesolo è il primo Comune del Veneto ad avviare la sostituzione dei lampioni vetusti, esistenti in città, con corpi illuminanti di prima generazione che consentono un significativo abbassamento dei consumi, garantendo il mantenimento dello stesso grado di luminosità ed uniformità…..ad oggi sono stati sostituiti circa 120 pali su 270 previsti della prima trance , con un investimento di 80.000 euro da parte di Jesolo Patrimonio srl, su finanziamento dell’assessorato ai lavori pubblici. Questi lampioni consentono un controllo puntuale mediante GPS e per via telematica garantendo un sensibile risparmio economico e tempi di intervento celeri”. Come Lei ben sa, non amo le ipotesi preconcettuali, poiché l’interesse prioritario (visto che la politica la si fa per le persone….non è vero?) di ogni discussione è il dialogo franco ed aperto, onde evitare che le cosiddette “invasioni di campo”, possano essere deleterie per chi è istituzionalmente ed elettoralmente delegato affrontare le problematiche della città. Mi pare che la maggior enfasi nell’articolo citato venga attribuita a 3 fattori (che dovrebbero dare alla sua iniziativa, la necessaria risonanza): la “primogenitura” (ovvero “Jesolo come primo Comune Veneto a dotarsi di un sistema diciamo così “tecnologicamente avanzato”), l’aspetto tecnologico (il controllo GPS e per via telematica) ed i benefici (ovvero l’abbattimento dei consumi energetici e l’efficienza dell’impianto  nonché degli interventi di manutenzione dell’impianto”). Tutte cose che dovrebbe far felice non solo  il Comune (che vedrebbe, così, abbattuti i costi  relativi alla manutenzione e fornitura di energia elettrica) ma anche i cittadini, e le persone che fruiscono del servizio di illuminazione pubblica. Dal breve comunicato si apprende (pochi, in verità lo sanno) che la nuova partecipata Jesolo Patrimonio srl svolgerà in futuro tutti i servizi che l’amministrazione, attraverso il suo Assessorato, finanzierà. L’aspetto declaratorio, però, come al solito, non va confuso con il sublime, essendo la politica (e le scelte che con esso si fanno) più ruvida e meno disposta a condizionamenti persuasivi o propagandistici. Anche un programma “minimo” come il suo, non è facile da applicare, specialmente in una situazione come quella attuale che potrebbe passare rapidamente dalla recessione alla depressione. E’ naturale quindi che in tale situazione le pressioni affinché si finanzi a debito tutto, appare incontenibile e la responsabilità dei governi, soprattutto locali consiste nel selezionare in base all’efficacia e non della popolarità l’impiego delle poche risorse disponibili. Il silenzio adottato dal suo coordinatore locale, oggi assessore all’Ambiente, potrà essere dissuasivo nei confronti di chi potrebbe speculare sul “lavoro” della Giunta ma è mortificante per i cittadini che, vivono la crisi e chiedono di conoscere quali siano le misure adottate dalla Giunta per rilanciare il turismo, proteggere le attività economiche (ad esempio con un taglio sostanziale di tariffe pubbliche ed imposte) , contenere i costi della spesa corrente, aiutare le fasce economiche più svantaggiate (viviamo o no in una società dell’informazione?). Dall’altra parte non si può (e capisco le sue buone intenzioni per smuovere una situazione statica) utilizzare il refrain (forse un po’ ecologista, forse un po’ “movie”) della tecnologia al servizio dei cittadini e del risparmio energetico. La nuova analisi costi-benefici derivante dalla crisi convince sempre più elettorato e partiti che sia opportuno anteporre gli interessi del “risparmio energetico” (qualcuno può leggere sotto le righe le numerose polemiche sul trattato di Kyoto) a quelle dell’economia . In questo senso, il “no” dell’On. Berlusconi al pensiero unico dell’ecologismo imperante contro la tendenza conformista che ha contagiato destre e sinistre mondiali (il “pensiero unico”, si sa, paga elettoralmente) non è solo una battaglia politica ma è anche una nota politica importante che neppure il coordinamento locale di Forza Italia può scordare. Ritornando alla “primogenitura” , questa diventa utile politicamente ed amministrativamente quando si presenta come una splendida ed unica opportunità. Non certo quando, anche la regione veneto, si è già adeguata alle questioni inerenti al risparmio energetico (molti comuni veneti, non la maggioranza, hanno usufruito della normativa regionale, adottando misure di risparmio energetico sul fronte dell’illuminazione pubblica). Le ricordo brevemente due leggi: Legge Regionale del Veneto 27 giugno 1997, n. 22 Norme per la prevenzione dell’inquinamento luminoso. Legge regionale 27 dicembre 2000, n. 25 . Norme per la pianificazione energetica regionale, l’incentivazione del risparmio energetico e lo sviluppo delle fonte rinnovabili di energia. La Legge Regionale "Norme per la prevenzione dell'inquinamento luminoso"  indica le competenze specifiche di Regione e Comuni e definisce il contenuto del Piano Regionale di Prevenzione dell’Inquinamento Luminoso e del Piano Comunale dell’Illuminazione Pubblica. Una breve nota a margine di tale legge. Il 1997, se non vado errato, è stato l’anno dell’elaborazione e discussione del PRG. La necessità di un Piano di Illuminazione Pubblica non poteva prescindere dal PRG. La questione è stata, però sottovalutata o, forse, trascurata. . A pensarci bene, anche adesso, utilizzando la logica del finanziamento alla partecipata Jesolo Patrimonio srl, viene ancora trascurata. Proviamo, se vuole, in una logica di stimolo per il consiglio comunale e per le forze politiche, ad approfondire la questione. Che cosa si intende per Piano di Illuminazione Pubblica? Quando si parla di Piano di Illuminazione Pubblica si intende un progetto ed un complesso di disposizioni tecniche destinate a regolamentare gli interventi di illuminazione pubblica e privata..  L’adozione di piani d’illuminazione non comporta gli oneri, la completezza e la complessità, richiesta dai Piani Regolatori Comunali d’illuminazione e comunque non costituiscono limitazione, ma se necessario una guida, per i comuni che necessariamente devono dotarsene parallelamente ai Piani Urbani del Traffico . Inutile citare l’elenco delle possibili esigenze e motivazioni: 1. risparmio energetico e programmazione economica; 2. sicurezza del traffico, delle persone e del territorio (un aspetto, quest’ultimo, che può interessare l’Assessorato alla sicurezza); 3. valorizzazione dell’ambiente urbano, dei centri storici e residenziali ( alcuni esempi: favorire le attività serali e ricreative per migliorare la qualità della vita, accrescere un più razionale sfruttamento degli spazi urbani disponibili, migliorare l’illuminazione di eventuali opere architettoniche e della loro bellezza, con l’opportuna scelta cromatica, delle intensità e del tipo di illuminazione); 4. miglioramento della viabilità. Tutto questo con impatti evidenti sui beneficiari dei piani d’illuminazione: i cittadini; le attività ricreative e commerciali; gli enti gestori di impianti di illuminazione pubblica e privata; i progettisti illuminotecnici; i produttori di apparecchiature per l’illuminazione e gli impiantisti; gli organi che controllano la sicurezza degli impianti elettrici e di illuminazione; il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e le Società di assicurazione, per la riduzione del numero degli infortuni ; le forze dell’ordine per la riduzione delle micro criminalità e degli atti di vandalismo (ricerche condotte evidenziano l’aumento della microcriminalità e del vandalismo là dove si illumina in modo disomogeneo creando zone di penombra nelle immediate vicinanze di aree sovrailluminate). E’ evidente (ne converrà con me) che per fare tutto questo è necessario individuare  delle fasi di studio e sviluppo del piano come: a) Suddivisione del territorio ed individuazione di aree omogenee. B) verifica degli apparati d’illuminazione e della loro distribuzione sul territorio (quantità e tipologia dei punti luce; tipologia dei supporti e loro impatto ambientale; caratteristiche degli impianti di distribuzione e delle linee elettriche di alimentazione dei corpi illuminanti). So che lei è piuttosto attento a questi aspetti e mi auguro che abbia già compiuto i necessari rilievi nonché le opportune valutazioni. Sarebbe infatti inopportuno procedere alla sostituzione dell’intero apparato di illuminazione per “lotti” senza aver identificato le possibili emergenze e priorità. Si verificherebbe una situazione paradossale che non potrà giovare né politicamente né amministrativamente. Una situazione a “macchia di leopardo” con aree a diverso rilievo per quanto riguarda i parametri illuminotecnici maggiormente significativi: illuminamento (o oscuramento) , abbagliamento (o crepuscolo), cattiva resa cromatica. Può immaginare quale possa essere la reazione della gente: telefonate per comunicare aree dove sussiste scarsa illuminazione (e per contro aree dove l’illuminazione è eccessiva). Senza contare che l’esasperazione può portare a veri e propri articoli pubblicati sui quotidiani. Questo per dirle che, al di là dei finanziamenti per “lotti” è necessario ed urgente l’elaborazione di un progetto di integrazione e di intervento sul territorio da portare in consiglio comunale. In base a quanto emergerà dalla suddivisione in aree omogenee, ed alla effettiva distribuzione, si dovrà elaborare un piano che suddivide il territorio comunale secondo precise scelte di illuminazione di modo che la programmazione degli interventi di manutenzione e di riordino ambientale avvengano secondo prescritte scelte tecniche (da inserire, possibilmente all’interno del Regolamento Edilizio. Per due motivi: a) le lottizzazioni previste con il nuovo PRG, porteranno ad un dispendio energetico che, difficilmente, anche nelle sue buone intenzioni, equilibreranno i suoi attuali interventi di risparmio energetico b) aspetti ambientali e climatici  prevalenti che possono influenzare la viabilità e la visibilità. Sono ad esempio aspetti fondamentali per la scelta del tipo di impianto se il territorio è particolarmente piovoso, umido, nevoso o che favorisce il ristagno dell’aria con la probabile formazione di nebbie, - aspetti ambientali quali la presenza di elementi artificiali o naturali che possono aggredire gli impianti di illuminazione come il mare. Leggi: abbondanza di salsedine). Tutto questo, poi, porta naturalmente alla definizione di piani di manutenzione e di adeguamento degli impianti (la Pianificazione non riguarda solo il progetto di sostituzione ma anche la necessaria manutenzione ordinaria e straordinaria). E, implicitamente, ad una stima economica dei costi di manutenzione, adeguamento e gestione. Previsioni di spesa che vengono effettuate in relazione alle effettive disponibilità finanziarie ed alle priorità sul territorio. Naturalmente, comprendo che avrà già fatto, ad un anno e più dall’insediamento della nuova Giunta, tutte le necessarie valutazioni in merito e, naturalmente, ho pensato bene che questi aspetti possano essere ricordati al fine di essere utilizzati per un eventuale comunicazione al pubblico(la comunicazione è, infatti, anche un’attività istituzionale) Aggiungo che, qualora, si volesse optare per un’altra soluzione, si potrebbe scegliere di dotarsi del Piano Urbano del Traffico (anche questo, mi pare, sia di sua competenza e, ragionevolmente credo abbia già compiuto le necessarie valutazioni), e, di conseguenza, il piani d’illuminazione si presenterà nella versione più completa di Piani Regolatori dell’Illuminazione direttamente subordinati ai PUT in quanto a classificazione e complementari in quanto a finalità.. La documentazione in questo caso è simile a ciò che generalmente costituisce il corpo di un piano regolatore standard. Come vede, la questione è abbastanza complessa e va gestita con una logica che alloca risorse in base alle disponibilità finanziarie. Probabilmente, in una situazione di questo genere la formulazione di un finanziamento ad una partecipata costituita ad hoc può essere conveniente sotto il profilo del servizio di manutenzione ordinaria e straordinaria. Non risponde, come ho già affermato implicitamente in precedenza, però a quei requisiti che garantiscano una maggiore qualità dei servizi offerti (non si può pensare di effettuare una manutenzione sia essa straordinaria che straordinaria in tempi lunghi o, peggio, incerti. L’esempio conclamato è il guasto tecnico tra Largo Augustus e Piazza Mazzini. Cito quanto riportato nell’articolo già in precedenza citato: “Per le lamentele in via Bafile, zona piazza Mazzini, preciso che la linea, che serve la citata area, è posata in sabbia, non in cavidotto, e risale a 40 anni fa. Prima di Natale si è verificato un guasto, solo sul lato monte, che è stato subito parzialmente riparato, al fine di garantire ugualmente l’illuminazione dovuta. Tuttavia l’intervento necessitava di revisione in quanto il guasto era di difficile individuazione e avrebbe comportato uno scavo ed eventuali disagi. A seguito dei sondaggi condotti, è stato verificato che non si trattava di un guasto isolato: infatti tutta la linea è inutilizzabile perché è vecchia. Alla luce di tutto ciò, assicuro che, compatibilmente alle urgenze e alle condizioni atmosferiche, si provvederà in tempi brevissimi allo scavo e posa della nuova linea”. Che cosa si evince da ciò? A) I tempi di intervento sono stati lunghi e, questo si riflette negativamente sulle prestazioni offerte, ovvero sul servizio; B) Ma il guasto dov’era? Per 30 giorni circa, ambedue i lati della strada del tratto interessato presentavano luci spente. La sera del 13 gennaio erano tutte accese (senza scavi) e solo 6 luce sul lato a monte (già non funzionanti da tempo) rimanevano spente. Poi in circa due giorni lavorativi i tecnici hanno eseguito uno piccolo scavo (non invasivo e non suscettibile di creare difficoltà alle attività limitrofe) nel tratto riguardante i sei punti luce e hanno posato un cavo eseguendo l’allacciamento, forse provvisorio, ma non , in ogni caso la posa di una nuova linea, visto la linea “vecchia” da sostituire; C)  La Jesolo Patrimonio srl (la domanda è consequenziale alla precedente) è in grado di garantire, anche in queste situazioni, soluzioni ingegneristiche  e/o tecnico-economiche?) . In sintesi: nella gestione attuale il Comune gestisce attraverso la sua partecipata, Jesolo Patrimonio srl , il servizio di manutenzione dell'illuminazione pubblica, e coordina il tutto, evidentemente, con la struttura tecnica ed amministrativa del Comune. Ammettiamo (solo ipotesi) che la Jesolo Patrimonio srl esegua interventi a chiamata più un sopralluogo ogni 15 giorni sul territorio   comunale (tenga presente che il primo intervento sul tratto Largo Augustus – Piazza Mazzini risale, come da lei riportato nell’articolo, a prima di Natale). Il Comune acquista, ovviamente, l’energia elettrica sul mercato libero. Che cosa significa, oggi, garantire una sempre maggiore qualità dei servizi territoriali offerti e un consolidamento dei costi di gestione? Significa affidare il predetto servizio, con la formula del global-service, a società che, per organizzazione e presenza nel territorio, garantiscano uno standard di qualità e di industrializzazione del servizio superiore all’attuale, traendo inoltre i vantaggi derivanti dalla possibile gestione sovra-comunale. Queste società non esistono localmente? Allora si pongono in essere accordi con alcune di queste società al fine di ottimizzare le strategie di azione di Patrimonio srl e della società global-service interessata. L’accordo ed una eventuale dimensione sovracomunale potrà essere in grado di offrire tariffe tanto più vantaggiose quanto più numerosi sono i punti luce oggetto del servizio (se i punti luce comunali sono 800 e quelli sovracomunali sono, per pura ipotesi,  10 volti superiori cioè 8000, è evidente che le tariffe saranno più vantaggiose nel secondo caso. Che cosa comprenderà la nuova gestione? Un canone unico, comprensivo di fornitura di energia elettrica e manutenzione ordinaria, che dovrà prevedere: esercizio e gestione , manutenzione ordinaria, pronto intervento, messa a norma, sviluppo tecnologico, fornitura energia elettrica. Nel canone potrà essere previsto anche l’impiego di lampade a basso consumo. Già con questo si potrebbero conseguire buoni risparmi di spesa con l’accensione alternata degli impianti nelle ore notturne. E, perché no? Liberare energia in quantità sufficiente a: risparmiare energia elettrica equivalente alla produzione dei cosiddetti termovalorizzatori  e non avere più bisogno di tali impianti ..In alternativa, un confronto diretto mediante bando di gara (ma l’affidamento dei servizi pubblici locali non dovrebbe essere affidato a privati entro il 2010?) consentirebbe ai Comuni di valutare l’efficienza dei servizi offerti, i costi dettagliati di gestione, le misure d’efficienza energetica adottate, l’ammontare del risparmio garantito e la durata del contratto. La preoccupazione di chi scrive, così come quella di molti Sindaci , credo, sia quella che non si riesca ad avviare pienamente quel meccanismo virtuoso di investimenti nel campo dell’efficienza  energetica che porta a minori costi di gestione per i Comuni. Mi auguro di averle fornito utili indicazioni e suggerimenti che, spero, lei , il Sindaco e la Giunta  possiate utilizzare in fase di discussione. Colgo l’occasione per comunicarle, a nome di alcuni cittadini, la totale assenza di luce rilevata in Via Zara (fino a Piazza Aurora) e la scarsa illuminazione in Via Vicenza e a lati della chiesadi Piazza Trento). La Ringrazio e le porgo i miei Saluti.

Lettera aperta all'Assessore Regionale. La TAV? Una strategia di sviluppo.

Secondo il Presidente della Provincia di Venezia, la Sig.ra Zaccariotto, il percorso “basso” della TAV verso le spiagge, nonostante l’auspicata volontà di Rfi e dell’Assessore Chisso, non può essere attuabile perché  «Alla luce di quello che si è saputo dopo l’audizione dell’amministratore delegato di Rfi alla Camera, la fermata a servizio delle spiagge non c’è. E anche se ci fosse stata all’altezza di Passarella, come si era sentito dire, probabilmente non sarebbe stata in posizione utile per il passeggero interessato a raggiungere il litorale con il treno» . Per cui, sarebbe utile ritornare alla «..soluzione che i sindaci del Veneto Orientale avevano sempre auspicato, ….l’affiancamento della futura Tav al tracciato dell’autostrada A4 oppure alla linea ferroviaria già esistente. Non stiamo dicendo una cosa nuova, insomma» (Corriere del Veneto 25 novembre 2010).Un progetto che non serve al turismo ma, soprattutto una posizione che si avvicina più ai comitati anti-TAV della Val di Susa che ad un effettivo ragionamento geo-politico sul territorio.  Si vuole, poi, convocare per il 1 dicembre un incontro con tutti i sindaci interessati, al quale dovrà partecipare anche l’assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso. Un apertura quanto mai inopportuna che fa intuire come non si consideri il percorso «basso» come una soluzione irreversibile: serviva però un progetto politico già condiviso entro il 31 dicembre per non perdere i finanziamenti europei, poi del tracciato si sarebbe potuto ridiscutere. A mio modo di vedere, se mi si consente il giudizio, questo atteggiamento non è affatto positivo.  Come non considero positivo la netta presa di posizione di Consiglio e Giunta del Comune di Jesolo a favore del tracciato basso. Il collegamento TAV, nel suo tracciato “basso” può essere ritenuto fattibile solo in un contesto di collegamenti nazionali ed europei secondo scelte di politica dei trasporti in cui ha un ruolo essenziale il rafforzamento della coesione economica e sociale dell’Unione Europea, per ridurre gli squilibri regionali e migliorare in particolare l’accesso alle Regioni periferiche. Non solo. Ma l’ integrazione degli aspetti ambientali nello sviluppo delle altre politiche dell’Unione risulta prioritario e vale in modo particolare per i trasporti su strada che costituiscono una fonte notevole d’inquinamento. Per garantire uno sviluppo sostenibile è quindi necessario incoraggiare le alternative al trasporto su strada. La nuova Europa a 25 paesi attiverà un mercato di oltre 500 milioni di persone, maggiore di quello degli Stati Uniti d’America. L’Italia, il Veneto ed i comuni turistici della fascia litoranea, se vorranno essere presente in questo mercato dovranno elevare il proprio grado di competitività in tutti i settori ed in particolare in quello dei trasporti : la TAV si integrerà in una rete rete che vedrà la ferrovia come modalità di base da integrare col più ampio sistema del trasporto stradale, aereo e marittimo. La politica di coesione economica e sociale produce effetti positivi sui territori in difficoltà dell'Unione europea. Specie dove persistono marcate disparità socioeconomiche tra gli Stati membri e tra le regioni. Queste disparità sono in gran parte dovute a lacune strutturali registrate in taluni fattori chiave di competitività quali, appunto, gli investimenti in infrastrutture materiali, l'innovazione e le risorse umane. Gli Stati membri e le regioni contano pertanto sul sostegno delle politiche comunitarie per superare gli effetti negativi, sviluppare i vantaggi comparativi ed evolvere in maniera armoniosa in un ambiente sempre più concorrenziale. La TAV si inserisce in un corridoio multimodale; quindi interessa sia il trasporto ferroviario, sia quello stradale. La TAV si sviluppa lungo una direttrice principale ovest-est che collega l'Italia nordorientale all'Ucraina, attraverso la Slovenia e l'Ungheria, dalla quale si diramano tre assi secondari che interessano a nord la Slovacchia, a sud l'area settentrionale della Croazia e la Bosnia Erzegovina. Il territorio denominato “Veneto Orientale” include 20 comuni della parte nord orientale della provincia di Venezia. Tale area, rimasta emarginata ed arretrata fino all’inizio degli anni ’70, è riuscita, proprio grazie all’attività turistica nascente, a sviluppare spontaneamente una propria capacità di coesione locale:ciò ha impresso una svolta sorprendente nel trovare un proprio percorso allo sviluppo, attraverso le risorse disponibili: territorio di acque interne (lagune,fiumi, canali di bonifica) e di mare (la costa adriatica). Con queste modalità il “Veneto Orientale” ha saputo tenere in equilibrio le vocazioni specifiche e distinte del turismo, dell’agricoltura, dell’artigianato diffuso e delle piccole imprese. Se il turismo è stato l’elemento “aggregante” su cui ha poi preso forma tutto l’indotto dell’area del Veneto Orientale, oggi, lo stesso turismo,in un periodo di grave crisi economica,  ridiventa il nodo nevralgico e strategico nel coinvolgimento di tutti gli attori dell’area e della popolazione. Ciò significa che tale territorio sarà, entro brevissimo tempo ( 3-5 anni ) investito da una centralità geo-strategica che può diventare una “finestra” temporale di opportunità. E’ anche vero però che ad ogni opportunità che si apre, occorre avere tempestività e preparazione, perché come si apre così può anche chiudersi alle nostre spalle. Può il Veneto Orientale e le sue spiagge privarsi della TAV come offerta, opportunità di sviluppo? Si può rispondere ad una crisi di domanda con un “arretramento” del proprio potenziale produttivo? Il tracciato “basso” della TAV fornisce al turismo litoraneo energie nuove e inaspettate proprio dalla globalizzazione e l’era dell’accesso: rende visibile e facilita gli scambi di luoghi e territori prima quasi ignoti, emarginati e del tutto irraggiungibili. La Conferenza dei Sindaci è l’ultimo (e inattuale) strumento di “governance” di questo territorio: il metodo della concertazione e della partnership non è mai riuscito a “modellare” secondo una propria fisionomia specifica un organismo i cui poteri non vanno al di là del potere consultivo. I “primi” cittadini sono figure spesso atavicamente legate ad una dimensione localistica dell’amministrazione del territorio: gelosi del proprio elettorato, non elaborano piani strategici tali da interconnettersi con la programmazione regionale, secondo un leale rapporto di sussidiarietà verticale.  Anzi, elaborano piani “tattici” il cui posizionamento risponde più a decisioni di natura politica “a scavalco” di quella che è la stessa programmazione regionale o provinciale. E’ bene che la Sig.ra Zaccariotto riflettesse su questo aspetto

martedì 30 novembre 2010

Crisi economica, è necessario invertire la rotta anche a livello locale.

La politica restrittiva di bilancio dei Comuni alimenta la speculazione. Serve subito una svolta per scongiurare un’ulteriore caduta dei redditi e dell’occupazione. La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non può risolversi solo con una politica di tagli al bilancio né attraverso un aumento diretto o indiretto delle imposte locali. L’attuazione della cosiddetta “politica del sacrificio” accentua ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese. Le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di corrispondere positivamente alle richieste di imposte locali.
pensiamo, inoltre che la preferenza verso politiche di “austerità” rappresentano anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Mantenere la “presa” su politiche di austerità, significa anche accelerare i processi di smantellamento delle imprese turistiche ( un aumento della mortalità di tali imprese significa che quei capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro). Occorre che anche Jesolo intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale. Fermare le eventuali speculazioni è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche

martedì 23 novembre 2010

“…Adesso lo sai! Ecco cosa significa essere vivi. Aggirarsi in una nuvola d’ignoranza; andare attorno calpestando i sentimenti di quelli… di quelli che avete vicino… sprecare il tempo, buttarlo via come se gli anni da vivere fossero milioni… ignoranza, cecità” (Piccola Città di Thornton Wilder)..Piccole (e convinte) ragioni per un blog...

Coltivo il sano pessimismo del critico nell’ irriducibile speranza che la società rigetti nichilismo dominante. Fede e sentimento sono sotto assedio: è perciò importante ritrovare il senso delle parole all’interno di un “discorso” sul mondo, eliminando rancore e risentimento alla base di “vuote” polemiche. L’affermarsi, poi, del “politically correct” (la formula indica, grosso modo, lo sforzo organizzato e progettuale di concedere a qualsiasi minoranza o gruppo etnico, comportamentale, di sesso, ecc., di natura minoritaria, pari diritti, opportunità, eliminando qualsiasi tipo di discriminazione; anche imponendo - se necessario - con strumenti istituzionali la garanzia paritaria. La supposta vittima della “sopraffazione” reagisce con il lamento, una vera e propria forma di aggressione gratuita e pretestuosa. Il discorso diventa fatalmente anche politico quando esso si sostituisce alla crescente disaffezione per i grandi temi pubblici. Il discorso diventa allora di “facciata”, egoistico, e cancella "lo sforzo di progresso della società". Anche a Jesolo permane, come in altre cittadine, il tentativo di identificare (nella politica come “vissuto” locale) un Padre-padrone a cui dare la colpa : l'accento cade anche qui sulla soggettività: le sensazioni che proviamo, anziché ciò che pensiamo o siamo in grado di sapere." Anche l'ambiente informativo sembra aver preso gusto alle etichette che sostituiscono alla riflessione e alla capacità di giudizio un facile moralismo. Anziché “informare” per educare le persone a proporsi obiettivi alti, si dedicano “vuote polemiche” in modo da generare inadeguatezza". Se il tentativo di trovare un valore supremo a tutti i piccoli eventi della vita quotidiana di una “piccola” città diventa, per i fautori del discorso “politicamente corretto”, una pretesa, una rivendicazione di diritti “supposti tali”,  ciò significa, attribuire la massima assurdità possibile al discorso. E ciò appare ancor pù devastante se mettiamo la “cittadina” Jesolo sullo sfondo elle sterminate dimensioni del tempo e dello spazio (la “golbalizzazione”). Il mio lamento, e di chi la pensa come me, si appunta alla perdita della capacità di produrre cultura. Ecco i punto: sostituire al concetto di qualità quello di corretto, senza istituire dei criteri oggettivamente validi per stabilire cosa rientri nel corretto e cosa no. Ciò provoca lo scadimento nella politica e nella società, a cui si accompagna una tendenza al lamento.

lunedì 22 novembre 2010